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Peperoni
Peperoni: perché portarli più spesso in tavola
I peperoni sono tra quegli ortaggi che cambiano subito l’aspetto di un piatto. Basta tagliarli a falde, arrostirli o aggiungerli a una padella di verdure per dare colore, dolcezza e profumo alla cucina di tutti i giorni. A casa mia li associo all’estate, alle teglie piene, ai contorni preparati in anticipo e a quei piatti che si mangiano volentieri anche tiepidi.
Il bello dei peperoni è che sono semplici, ma non banali. Rossi, gialli o verdi, cambiano sapore e resa in cottura. Possono diventare una peperonata leggera, una crema per condire la pasta, un contorno al forno o il ripieno di un piatto più ricco. Inoltre sono naturalmente senza glutine e senza lattosio, quindi entrano bene in una cucina inclusiva, attenta al gusto e alle esigenze di tutti.
Quando li scelgo, guardo sempre la polpa. Deve essere soda, lucida e pesante rispetto alla grandezza. Un peperone leggero o raggrinzito ha già perso freschezza e rende meno in cucina. Se invece è teso e compatto, potete usarlo crudo, cotto, grigliato o in una ricetta più ricca come i peperoni ripieni.
In questo articolo vediamo come riconoscere i peperoni migliori, quali valori nutrizionali hanno, come renderli più gradevoli e come conservarli senza sprechi. Sono piccoli gesti, ma fanno davvero la differenza tra un piatto riuscito e un contorno pesante o acquoso.
Peperoni in breve
I peperoni sono ortaggi colorati e versatili, adatti a contorni, salse, creme, primi piatti e ricette ripiene. Sono naturalmente senza glutine, senza lattosio e adatti a chi segue una cucina vegetale. Hanno molta acqua, poche calorie e un gusto che cambia in base al colore: più dolce nei rossi e nei gialli, più erbaceo nei verdi. Il segreto per usarli bene è scegliere peperoni sodi, cuocerli con calma e, quando serve, togliere la pelle dopo la cottura.
Peperoni: proprietà, uso e consigli in cucina
Che cosa sono i peperoni e perché sono così amati
I peperoni appartengono alla famiglia delle Solanacee, la stessa di pomodori, melanzane e patate. In cucina li trattiamo come ortaggi, anche se dal punto di vista della pianta sono frutti carnosi ricchi di semi. Questa doppia anima li rende speciali: hanno dolcezza, succo e struttura, ma si comportano benissimo anche nelle ricette salate.
La loro forza è il colore. Il rosso porta un sapore pieno e rotondo, il giallo resta più dolce e solare, il verde ha una nota più fresca e decisa. Per questo mi piace spesso mescolarli. Una padella con peperoni rossi, gialli e verdi diventa più bella da vedere e più ricca al gusto, senza bisogno di aggiungere molti altri ingredienti.
In Italia li troviamo in molte ricette di casa: dalla peperonata ai peperoni al forno, dalle conserve alle salse. Alcune varietà locali, come il peperone di Carmagnola, raccontano bene quanto questo ortaggio sia entrato nella nostra tradizione. Potete approfondire il tema dei prodotti piemontesi su Piemonte Agri.
Peperoni e valori nutrizionali: leggerezza e colore
I peperoni sono ricchi d’acqua e hanno un apporto calorico basso. Secondo le tabelle CREA, 100 g di peperoni rossi crudi apportano circa 34 kcal e oltre il 90% di acqua. Questo li rende utili quando si cercano contorni freschi, colorati e non troppo pesanti. Potete consultare i dati su AlimentiNUTrizione.
Oltre all’acqua, i peperoni contengono fibre, zuccheri naturali e sali minerali. Il loro valore cambia un po’ in base al colore, alla varietà e al grado di maturazione. In genere, più il peperone è maturo, più il gusto tende al dolce. Questo spiega perché i peperoni rossi risultano spesso più gradevoli nei piatti cotti.
La presenza di vitamina C è uno dei motivi per cui i peperoni meritano spazio nella cucina quotidiana. La cottura ne riduce una parte, ma non per questo bisogna rinunciare alle ricette al forno o in padella. L’idea giusta è alternare: qualche volta crudi in insalata, altre volte cotti con olio buono, erbe e una fiamma dolce.
Come usare i peperoni nella cucina di casa
I peperoni sono molto duttili. Si possono mangiare crudi, tagliati sottili e conditi con olio, sale e limone, oppure cotti al forno, in padella o sulla griglia. Crudi restano croccanti e freschi, mentre cotti diventano morbidi, dolci e più adatti a sughi, creme e ripieni.
Per un contorno semplice, li taglio a listarelle e li cuocio con poco olio, uno spicchio d’aglio se gradito e qualche erba. Il sale lo metto verso la fine, così la polpa non rilascia troppa acqua all’inizio. Se voglio un piatto più morbido, copro la padella e lascio andare a fuoco dolce. Se invece voglio una resa più asciutta, uso una teglia larga e il forno caldo.
Un altro modo che mi piace molto è trasformarli in crema. Dopo averli arrostiti e pelati, basta frullarli con olio, basilico o timo e un pizzico di sale. Si ottiene una salsa semplice per pasta, riso, crostini o secondi piatti. Sul sito trovate anche la crema di peperoni alle erbe, utile quando si vuole portare in tavola qualcosa di morbido e profumato.
Peperoni senza glutine e senza lattosio
I peperoni sono naturalmente senza glutine e senza lattosio. Questo li rende adatti a molte esigenze, purché si faccia attenzione agli ingredienti usati nella ricetta. Il problema, infatti, non è il peperone in sé, ma ciò che gli viene aggiunto: pangrattato, formaggi, salse pronte o ripieni già conditi.
Per una ricetta senza glutine, usate pangrattato certificato o alternative come farina di mais, riso soffiato tritato o frutta secca in granella, se tollerata. Per una versione senza lattosio, scegliete formaggi adatti o eliminate del tutto la parte casearia. I peperoni hanno già un sapore pieno e non hanno bisogno di troppe aggiunte.
In una cucina inclusiva, i peperoni aiutano molto perché portano colore e gusto anche nei piatti più semplici. Una crema di peperoni può sostituire una salsa più pesante, un contorno al forno può accompagnare carne, pesce, uova o legumi, mentre i peperoni ripieni possono diventare un piatto unico con riso, quinoa o verdure.
Peperoni, nichel e FODMAP: cosa sapere
Quando si parla di peperoni, molte persone chiedono se siano adatti in caso di sensibilità al nichel o a una dieta a basso contenuto di FODMAP. La risposta va sempre gestita con buon senso, perché la tolleranza cambia da persona a persona e dipende anche dalla quantità consumata.
Per il nichel, i peperoni non sono tra gli alimenti più critici per tutti, ma possono comunque dare fastidio ad alcune persone sensibili. In questi casi è meglio seguire il piano dato dal medico o dal nutrizionista, evitando prove casuali. Se si reintroducono, conviene farlo in piccole dosi e dentro un pasto semplice.
Per i FODMAP, la quantità fa la differenza. Alcune persone tollerano bene piccole porzioni, altre no. Il mio consiglio pratico è non unire troppi alimenti difficili nello stesso piatto. Se i peperoni sono già protagonisti, meglio evitare cipolla, aglio o legumi nella stessa ricetta, almeno quando si sta cercando di capire la propria soglia.
Come scegliere i peperoni al mercato
Per scegliere bene i peperoni, parto sempre dall’aspetto. La buccia deve essere lucida, tesa e senza parti molli. Il picciolo dovrebbe essere verde e non secco. Anche il peso conta: un peperone fresco, a parità di misura, sembra più pieno in mano perché conserva ancora acqua nella polpa.
Evitate peperoni con macchie scure, grinze marcate o zone cedevoli. Non significa sempre che siano da buttare, ma di certo vanno usati subito e non lasciati in frigorifero per giorni. Se avete in programma una ricetta al forno, potete usare anche peperoni meno perfetti, purché siano sani e non abbiano odori strani.
La forma dipende dalla varietà e dall’uso. I peperoni quadrati sono comodi da farcire, quelli lunghi sono ottimi arrostiti o in padella, quelli piccoli possono essere usati per antipasti e conserve. Se dovete prepararli ripieni, cercate frutti stabili e regolari. Se invece volete una crema, conta di più la maturazione.
Conservazione dei peperoni senza sprechi
I peperoni freschi si conservano in frigorifero, nel cassetto delle verdure. Meglio non lavarli prima di riporli, perché l’umidità in eccesso accelera il deperimento. Di solito resistono alcuni giorni, ma conviene usarli quando sono ancora sodi e profumati.
Se ne avete comprati tanti, potete cuocerli e conservarli già pronti. Arrostiteli, pelateli e conditeli con olio e poco sale. In frigorifero durano meno di una conserva vera, ma sono comodissimi per due o tre pasti. Potete usarli per un’insalata, un panino, una pasta fredda o un contorno veloce.
Un’altra soluzione è congelarli. Lavateli, asciugateli bene, eliminate semi e filamenti, poi tagliateli a listarelle. Una volta congelati, perdono croccantezza, quindi non sono ideali da crudi. Però vanno benissimo per sughi, padellate, zuppe e ripieni cotti.
Errori comuni con i peperoni
Il primo errore è cuocere i peperoni troppo in fretta. Se la fiamma è alta, fuori si scuriscono e dentro restano duri. Meglio usare calore medio o dolce, soprattutto in padella. La cottura lenta fa uscire la parte dolce e rende il contorno più armonico.
Il secondo errore è salare troppo presto. Il sale richiama acqua e può rendere il fondo liquido. Per questo lo aggiungo quando i peperoni hanno già iniziato ad ammorbidirsi. Anche la teglia troppo piena è un problema: le verdure si lessano invece di arrostire.
Il terzo errore è non togliere la pelle quando serve. Non è sempre necessario, ma nei peperoni arrostiti può rendere il piatto più piacevole. Basta chiuderli per qualche minuto in una ciotola coperta dopo la cottura. Il vapore che resta all’interno aiuta la buccia a staccarsi con meno fatica.
Abbinamenti semplici con i peperoni
I peperoni stanno bene con molti ingredienti. Con il basilico diventano freschi, con il timo prendono un tono più rustico, con capperi e olive diventano più saporiti. Anche il riso li accoglie bene, soprattutto quando si cercano piatti unici da preparare in anticipo.
Con il pesce, i peperoni funzionano se non coprono tutto. Meglio usarli in crema liscia o in piccoli dadini, con un filo d’olio e una nota acida. Con la carne, invece, reggono bene cotture più decise. Un contorno di peperoni al forno può accompagnare pollo, manzo o polpette senza bisogno di salse pesanti.
Per una tavola vegetale, li abbino volentieri a patate, ceci, riso, tofu o uova, secondo le esigenze. L’importante è non caricare troppo il piatto. I peperoni hanno voce: se si aggiungono troppi ingredienti forti, il risultato diventa confuso. Meglio pochi elementi, ben scelti.
FAQ sui peperoni
I peperoni sono senza glutine?
Sì, i peperoni sono naturalmente senza glutine. Bisogna però controllare gli ingredienti aggiunti nelle ricette, come pangrattato, salse pronte o ripieni già preparati.
I peperoni contengono lattosio?
No, i peperoni non contengono lattosio. Diventano un problema solo se vengono cucinati con formaggi, panna, burro o altri ingredienti non adatti a chi deve evitarlo.
Quali peperoni sono più dolci?
Di solito i peperoni rossi e gialli risultano più dolci dei verdi. I verdi hanno un gusto più erbaceo e deciso, utile nelle ricette dove serve una nota più fresca.
Come rendere i peperoni più digeribili?
Un trucco utile è arrostirli e togliere la pelle. Aiuta anche cuocerli con calma, usare poco olio e non abbinarli a troppi ingredienti pesanti nello stesso piatto.
Si possono congelare i peperoni?
Sì, i peperoni si possono congelare crudi a listarelle oppure già cotti. Dopo il freezer perdono croccantezza, quindi sono più adatti a sughi, creme e ricette cotte.
I peperoni sono adatti a una dieta vegana?
Sì, i peperoni sono adatti a una dieta vegana e vegetariana. Si possono usare in contorni, ripieni vegetali, creme, salse e piatti unici con cereali o legumi.
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Cosa può fare per voi Nonnapaperina.it
Ho già introdotto il motivo per cui ho intrapreso il progetto di Nonnapaperina.it, ossia condivisione della mia esperienza e la possibilità, per tutti, di fruire di soluzioni a portata di mano per un’alimentazione a prova di intolleranze alimentari. Tanto vale, quindi, parlare un po’ del sito e dare qualche consiglio per “viverlo” al meglio. Ad esempio, per la vita di tutti i giorni, fate riferimento alla sezione “ricette per intolleranti”. Ne trovate a bizzeffe, tutte categorizzate per portata (primi, secondi etc.), momento della giornata (colazione, pranzo, cena), funzione (basi, impasti, creme, salse) e molto altro ancora. Non trascurate, però, anche la sezione sulle festività. Se il principio cardine del progetto è la condivisione, allora la palla passa presto a voi, quindi condividete liberamente le ricette con i vostri cari e con i vostri amici. E quale migliore occasione di una festività, sia essa il Natale, la Pasqua o la Festa della Mamma? Non di rado le ricette hanno un ché di artistico. I piatti porgono il fianco a un concetto “elevato” di cucina, che coinvolge non solo il senso del gusto, ma pone le basi per un'esperienza a tutto tondo. Il tutto a uso e consumo degli intolleranti alimentari, o degli amanti del buon cibo in generale. Il consiglio, comunque, è quello di spaziare. Il sito è basato sul principio dell’ipertesto, ossia ciascuna ricetta ne richiama altre, e molte altre ancora. Lasciatevi trasportare e vi sembrerà realmente di intraprendere un viaggio nella cucina anti-intolleranze alimentari, nella sua versione più “friendly” e divertente! Buona degustazione a tutti! Intolleranze alimentari e allergie si sconfiggono a tavola Quello delle intolleranze alimentari e delle allergie rischia di diventare un problema di ordine sociale se non viene gestito con attenzione. In primis per le dimensioni del fenomeno. Si stima, infatti, che circa il 10% della popolazione soffra di un qualche disturbo legato all’assorbimento di sostanze alimentari e, allo stesso tempo, in grado di generare sintomi più o meno importanti. Sul banco degli imputati vi sono l’intolleranza al lattosio e la celiachia, che sono le patologie in assoluto più diffuse, ma vanno prese in considerazione anche l’allergia e la sensibilità al nichel. Per inciso, la distinzione tra intolleranza e allergia è fondamentale ai fini medici. I sintomi sono infatti diversi per tipologia o per intensità (o per entrambi). A fare il bello è il cattivo tempo è in particolar modo l’allergia, che coinvolge il sistema immunitario e quindi determina una sintomatologia spesso e volentieri sistemica. Le intolleranze alimentari, invece, producono prevalentemente sintomi gastrointestinali. Discorso a parte per la celiachia, che tecnicamente non è un’allergia, ma coinvolge ugualmente il sistema immunitario. La distinzione tra intolleranza e allergia, tuttavia, assume una posizione di secondo piano per quanto concerne gli approcci terapici, o per meglio dire “di gestione”. Al netto di alcune eccezioni, che riguardano i casi di “scarsa tollerabilità”, intolleranze e allergie vanno trattate allo stesso modo, ovvero evitando le sostanze che creano i disturbi. Nella quasi totalità dei casi, infatti, non esiste una terapia risolutiva e quindi la guarigione è un'ipotesi da escludere. Ne è consapevole chi viene raggiunto da una diagnosi di intolleranza o allergia. L’impatto emotivo della diagnosi è molto forte proprio per l’impossibilità di raggiungere una guarigione completa. Sia chiaro, il disorientamento iniziale è fisiologico e giustificato. Tuttavia, deve essere destinato a durare poco, ovvero il tempo necessario a prendere atto della buona notizia riguardante intolleranti e allergici: convivere con questi disturbi si può! E’ possibile quindi convivere con i disturbi alimentari senza rinunciare ai propri piatti preferiti e senza dire addio al proprio stile alimentare.Non surrogati ma scelte alimentari consapevoli
Le intolleranze alimentari e le allergie si combattono non solo con le armi della medicina, ma anche attraverso un cambio di mentalità, che a sua volta coinvolge il modo di intendere la cucina. Il trucco è semplice, basta non guardare agli alimenti anallergici e anti-intolleranze come a dei surrogati degli “alimenti normali”. Gli alimenti per intolleranti sono infatti alimenti dotati di una propria specificità e in grado di offrire molto sul piano organolettico e visivo. Chi soffre di intolleranze alimentari e di allergia non dovrebbe replicare il consumo di latte, pane o altri alimenti, ma dovrebbe valorizzare gli alimenti a cui può attingere in tutta sicurezza. Adottare questo approccio significa innanzitutto svincolarsi dal ruolo del “malato”, focalizzandosi in realtà su altri alimenti. Ad aiutarci in questo senso c’è la natura con le sue molteplici varietà. Gli alimenti che fanno al caso del celiaco, o all’intollerante al lattosio, sono numerosi e spesso buoni e belli da vedere; inoltre sono molto versatili in quanto possono dare inizio a molte ricette davvero sfiziose. Non lo sono solo per chi soffre di queste patologie, ma anche per tutti gli altri. Le implicazioni dal punto di vista sociale sono evidenti. Col mio sito di cucina porto avanti esattamente questa filosofia. Non è solo uno spazio per conoscere ricette, ma anche un vero e proprio manifesto per chi vuole affrontare le intolleranze alimentari con armi meno tediose di quelle esclusivamente sanitarie. In quest’ottica la farina di riso non è un surrogato della farina tradizionale, ma un elemento a parte con cui realizzare ricette deliziose, che si abbinano con una grande varietà di ingredienti. E lo stesso, ovviamente, si può dire delle farine di amaranto, di fonio, di quinoa etc. Un discorso simile può essere fatto anche per l’intolleranza al lattosio. Al netto della possibilità di delattosare il latte, le varianti vegetali godono di una propria dignità gastronomica e porgono il fianco a un interessante approccio creativo in cucina. Tra l’altro, questo cambiamento forzato pone le condizioni per un viaggio attraverso le cucine alternative e gli alimenti più esotici. Ecco che si capovolge la prospettiva: intolleranze e allergia non sono solo una condizione gestibile, ma anche un’occasione di arricchimento.Intolleranze alimentari e socialità, un falso problema
Un altro dei motivi per cui la diagnosi di intolleranza o allergia fa molta paura, gettando nello sconforto chi ne soffre, riguarda le implicazioni per la vita sociale. Chi ha ricevuto una diagnosi da poco è convinto nella maggior parte dei casi che la sua patologia inciderà negativamente sulle occasioni di socialità, sia dal punto di vista psicologico - emotivo che dal punto di vista pratico. Il timore è quello di sentirsi diversi e in qualche modo lontani dai canoni della normalità, questo può portare a disagi anche tra parenti e amici. In realtà sono paure infondate. In primo luogo una condizione patologica non corrisponde a una condizione di “anormalità” (al netto dell’inconsistenza semantica del termine). Secondariamente basta un minimo di organizzazione e di consapevolezza per gestire anche le occasioni di socialità. Anzi, quando queste si svolgono fuori di casa, ossia nei locali adibiti alla ristorazione, la questione è addirittura più semplice. I gestori infatti sono nella maggior parte dei casi preparati ad accogliere clienti con intolleranze e allergie. In ogni caso basta informarsi prima e scegliere di conseguenza. Ma il problema non si pone nemmeno se si mangia a casa di altri, o se si invitano a casa propria delle persone. In primo luogo perché le diagnosi di questo tipo non fanno scalpore in quanto sono ormai molto diffuse. In secondo luogo perché i piatti per chi soffre di intolleranze alimentari sono in realtà buoni per tutti, anche per chi non soffre di alcun disturbo. Al netto di tutto ciò, se si pone attenzione al tema della contaminazione alimentare, cucinare per intolleranti alimentari (o per allergici) è più semplice di quanto si possa immaginare.Mai fare autodiagnosi!
Leggere con attenzione!
Si fa un gran parlare di intolleranze alimentari e di allergie alimentari. Il problema è che spesso se ne parla male, si confondono le acque e si traggono consigli inefficaci.
Per esempio, è comune l’idea secondo cui intolleranza e allergia siano la stessa cosa. Non è così. Certo, di tanto in tanto i sintomi sono sovrapponibili, e una sostanza può essere contemporaneamente causa di intolleranza e allergia, ma si tratta di due disturbi diversi.
L’intolleranza è la reazione negativa all’assunzione con una determinata sostanza. L’allergia, invece, è la reazione negativa al contatto con una determinata sostanza. Tale contatto può essere frutto di un’assunzione vera e propria, ma non è una esclusiva, ossia può avvenire anche solo a livello cutaneo.
L’intolleranza raramente coinvolge il sistema immunitario, mentre coinvolge più frequentemente gli organi dell’apparato digerente. Nella stragrande maggioranza dei casi un individuo è intollerante perché il suo organismo non contiene gli enzimi necessari al metabolismo di una sostanza. E’ il caso dell’enzima lattasi per gli intolleranti al lattosio. Di contro, l’allergia coinvolge sempre il sistema immunitario. Per ragioni spesso genetiche, l’organismo individua in quella specifica sostanza un “nemico”, un corpo estraneo e pericoloso, dunque reagisce in maniera “scomposta”.
Si segnalano differenze anche per quanto concerne l’incidenza. Le percentuali cambiano da popolazione a popolazione, visto e considerato la forte componente genetica di questi disturbi. Tuttavia, secondo stime recenti fino al 4% della popolazione soffre di una qualche forma di allergia alimentare. Le percentuali riguardanti, invece, le intolleranze alimentari sono ancora più elevate. Si parla anche del 20-30%. Il dato è “sporcato” dall’incidenza dell’intolleranza al lattosio, che è incredibilmente diffusa. Le allergie tendono ad esordire nei primi anni di vita, e in alcuni casi spariscono raggiunta l’età adulta. Le intolleranze, invece, compaiono più frequentemente superata l’adolescenza.
Sintomi e sostanze scatenanti
Da quanto appena detto deriva anche l’eterogeneità di sintomi che allergie e intolleranze provocano. I sintomi delle allergie sono sovente sistemici e violenti, e possono includere forte malessere, rush e problemi respiratori. Se l’interazione con la sostanza avviene a livello cutaneo, si possono notare eczemi in corrispondenza della zona di contatto. E’ il caso dell’allergia al nichel. Non mancano, soprattutto in caso di assunzione, problemi gastrointestinali, come dolori, crampi, diarrea e nausea.
I sintomi delle intolleranze sono più circoscritti e sono principalmente gastrointestinali. Ciò si verifica – nella maggior parte dei casi – in quanto l’organismo non riesce ad assimilare la sostanza, dunque produce gas nel tentativo di farlo. Tale abnorme quantità di gas provoca i sintomi che abbiamo appena descritto. Questo è proprio il caso dell’intolleranza al lattosio, infatti il lattosio rimane per lo più integro, anziché scomporsi in glucosio e galattosio, stimolando un accumulo di gas.
Una differenza tra allergie e intolleranze, che spesso viene scambiata per punto in comune, è la classe di sostanze che scatenano le une e le altre. Nel caso delle allergie, la sostanza incriminata è un alimento nel suo complesso. Nel caso delle intolleranze, è spesso una molecola, uno zucchero o una proteina. Le allergie alimentari più comuni riguardano il latte, il miglio, il frumento, le uova e i crostacei. Le intolleranze alimentari più comuni, invece, riguardano il lattosio, il glutine e così via.
Ciò pone in essere conseguenze diversificate sul tenore di vita. In buona sostanza, quello degli allergici risulta molto più compromesso. Dover evitare una sostanza è un conto, dover evitare un alimento è un altro paio di maniche. Giusto per fare un esempio, chi è intollerante al lattosio può comunque bere latte e consumare latticini, purché siano delattosati. Chi è allergico al latte non dispone di questa possibilità.
Come diagnosticare allergie e intolleranze?
La diagnosi delle allergie alimentari è sostanzialmente clinica, dunque è frutto dell’osservazione di reazioni visibili e misurabili empiricamente. Ciò ha determinato la convinzione secondo cui anche il singolo individuo possa giungere a una diagnosi, senza l’aiuto di un esperto. In realtà è un errore madornale. L’autodiagnosi è fallace in quanto per individuare correttamente la malattia è necessario un bagaglio di conoscenze utile ai fini dell’interpretazione dei fenomeni. Inoltre, è anche pericolosa in quanto si rischia di scatenare i sintomi della malattia.
E’ vero che la diagnosi passa per prove ed errori, ma queste devono susseguirsi in una prospettiva di riduzione dei rischi propria della professione medica. Dunque, sì all’eliminazione dalla dieta di questo o quell’elemento, per capire se è proprio lui a scatenare i sintomi allergici. Si anche all’aggiunta di dosi ulteriori del sospetto allergene per verificare la reazione dell’organismo, ma secondo tappe e indicazioni ben precise, fornite dallo specialista. Anche l’intolleranza viene diagnostica o più frequentemente “scovata” con l’aggiunta o la sottrazione di elementi specifici dalla dieta. Il primo scopo è comunque escludere l’allergia, cosa tra l’altro abbastanza semplice vista la diversità di sintomi.
In alcuni casi sono a disposizione alcuni test che garantiscono una diagnosi. E’ il caso del breath test per le intolleranze al lattosio. Il paziente viene invitato a consumare del latte, in modo progressivo. Successivamente, soffia in un macchinario che analizza la composizione dell’aria immessa. Se si riscontra una quantità di anidride carbonica esagerata, allora si è in presenza di una intolleranza, infatti l’abbondanza di CO2 è causata proprio dalla cattiva digestione e dal malassorbimento. Se vi è un sospetto caso di celiachia, invece, si possono realizzare degli esami del sangue per rintracciare gli anticorpi specifici, in quanto tale patologia “stimola” comunque il sistema immunitario.
Gli esami strumentali nello specifico
Vale la pena approfondire la questione degli esami strumentali. Molti, infatti, pensano all’iter diagnostico con un po’ di timore reverenziale, immaginando chissà quale pratica complessa o dolorosa. In realtà è tutto molto semplice, e nemmeno troppo scomodo. Ciò vale soprattutto per il breath test. Sul meccanismo di azione ho già accennato qualcosa prima, rimane da affrontare il tema della “preparazione”, che merita particolare attenzione. Infatti, non ci si può presentare al breath test come se nulla fosse, ma occorre seguire delle regole ben precise.
La più importante riguarda il digiuno: esso deve durare per le otto ore precedenti al test. Lo scopo è quello di giungere con lo stomaco e gli intestini “vuoti”, analizzando al meglio l’impatto del lattosio sull’apparato digerente senza interferenze. Stesso discorso per il fumo. Il consumo di tabacco, infatti, può alterare – seppur impercettibilmente – l’attività respiratoria, inducendo all’errore l’esaminatore. E’ bene, poi, consumare cibo leggero in occasione dell’ultimo pasto (almeno otto ore prima del test). A tal proposito, si consiglia riso, carne o pesce, degli alimenti che producono pochi gas intestinali.
Più complessi sono i test per la diagnosi della celiachia, almeno dal punto di vista medico. Per il paziente sono una “passeggiata”, in quanto constano di un semplice prelievo di sangue. Questo viene poi analizzato per verificare la presenza di anticorpi specifici contro il glutine. Gli anticorpi possono essere anti-transglutaminasi (tTG), anti-gliadina (AGA) e anti-endomisio. I risultati, per ovvi motivi, sono difficili da leggere, ma per questo ci sono esperti e specialisti.
Se i risultati non sono chiari, o se la celiachia è a uno stadio precoce, è possibile sottoporsi ad alcuni test genetici. Questi hanno lo scopo di verificare la presenza di componenti genetiche associate alla celiachia. I test genetici sono comunque abbastanza rari, anche perchè costano parecchio.
Comportamenti e terapie
Quando si è in presenza di un’allergia alimentare, l’unica terapia realmente a portata di mano è l’esclusione totale dell’alimento dalla propria dieta. Tuttavia, in alcuni casi ciò non risulta possibile in quanto provoca un grave peggioramento della qualità della vita. Un’evenienza non comune, ma che fa riferimento solo alle situazioni in cui sono presenti contemporaneamente molte allergie.
In questi casi si procede con delle immunoterapie, che prevedono l’esposizione graduale e crescente all’allergene nel tentativo di ripristinare una corretta risposta immunitaria. Nella peggiore delle ipotesi, ovvero quando la sensibilità è estrema si possono assumere farmaci chelanti, che di fatto disintossicano il corpo dalla sostanza incriminata. Per la celiachia vale lo stesso discorso, solo che in questo caso ci si ferma all’eliminazione del glutine. E’ infatti uno sforzo meno gravoso di quanto si pensa, dal momento che esistono molti alimenti che possono sostituire al meglio i cibi full-gluten.
Discorso diverso, invece, per l’intolleranza al lattosio. Nella fattispecie è possibile evitare latte, latticini e formaggi freschi, o puntare sulle varianti delattosate. La rimozione del lattosio è un’operazione banale, che altera solo un po’ il gusto. Il procedimento consiste nell’immissione dell’enzima lattasi nel latte. Tale enzima, che manca negli intolleranti, di fatto “scompone” il lattosio. Il lattosio si trasforma poi in glucosio e galattosio, sostanze digeribili da chiunque.
Lo stile di vita di chi soffre di intolleranze alimentari
Chi soffre di intolleranze alimentari o allergia va incontro a un drastico peggioramento della qualità della vita? Il senso comune suggerisce di sì. Se l’unica terapia possibile, eccettuati i casi speciali (es. immunoterapia) è rinunciare agli alimenti che provocano i sintomi, si fa presto a concludere che questi disturbi privano di uno dei piaceri della vita, ossia mangiare ciò che si vuole. Il ragionamento ha una sua fondatezza, ma corrisponde al vero solo se chi ha ricevuto una diagnosi “si lascia andare” e non reagisce con furbizia di fronte a un problema in effetti piuttosto grave.
La verità è semplice: si può convivere con le intolleranze e con le allergie senza compromettere il proprio rapporto con il cibo. Insomma, si può evitare di scambiare le sofferenze fisiche (sintomi da intolleranze e allergie) con le sofferenze psicologiche. Il segreto sta nel cambiare il proprio approccio all’alimentazione, intraprendendo un percorso di conoscenza degli alimenti. La natura offre tanti alimenti in grado di sostituire quelli che, per una intolleranza o un’allergia sono off limits. Nella stragrande maggioranza dei casi sono buoni, nutrienti e porgono il fianco alla buona cucina.
Per intraprendere questo percorso e portarlo a termine sono necessari alcuni “ingredienti”. In primo luogo è necessario metabolizzare la diagnosi sul piano psicologico. Non è un processo immediato, ma prima o poi tutti se ne fanno una ragione. Secondariamente è necessario sviluppare una forma mentis diversa e più aperta a nuovi sapori, che vanno oltre gli approcci diversi da quello “mediterraneo classico”. E’ un caso, ma buona parte degli alimenti “agibili” provengono da altri contesti, e lo stesso si può dire delle ricette che ne fanno uso.
Infine, è bene sviluppare una vera cultura della condivisione. Coinvolgere il prossimo nel proprio percorso di crescita, o più banalmente condividere i pasti “anti-intolleranze” restituisce una dimensione di normalità e cambia la percezione che i “sani” hanno degli intolleranti e degli allergici.
Alcuni dettagli sull’intolleranza al lattosio e sulla celiachia
Cosa significa, nello specifico, convivere con questi disturbi? Rispondo alla domanda limitando il campo di indagine a quelli più diffusi: l’intolleranza al lattosio e la celiachia. D’altronde, ne so qualcosa, visto che sono affetta da entrambe. Attualmente, dopo aver intrapreso un percorso di conoscenza e di evoluzione del mio rapporto con il cibo, posso dirmi soddisfatta. Per me questi disturbi non sono un problema in quanto ci convivo non solo sul piano psicologico, ma anche come stile di vita, applicando in modo oculato eventuali rinunce.
Per esempio, affronto l’intolleranza al lattosio sostituendo il latte e i suoi derivati con versioni vegetali, come il latte di mandorla, il latte di cocco e il latte di soia. In alternativa, posso tranquillamente consumare prodotti delattosati, che sono buoni come quelli “normali” sebbene un po’ più costosi.
La celiachia mi ha imposto un cambio di marcia pesante, che mi ha portato a scoprire tanti alimenti e a esprimere un livello di creatività in cucina per me inedito (ho sempre amato sperimentare). Sostituiscono la farina di frumento con quella di riso e di mais, come fanno tutti, ma allo stesso tempo consumo – e preparo deliziose ricette – con farine diverse e più esotiche. Qualche esempio? La farina di amaranto, la farina di quinoa, la farina di fonio etc.
Non è uno sforzo, ma piuttosto un piacere. Anche perché nella stragrande maggioranza dei casi aggiungono un tocco di fantasia ai piatti. Senza considerare le loro proprietà nutrizionali, che sono spesso più accentuate rispetto delle farine standard. Non di rado contengono anche molte proteine e sono ricche di sali minerali e di vitamine. Per quanto concerne l’apporto calorico non ci sono grosse differenze, del resto la farina è sempre farina!
Cucina inclusiva: il manifesto di Nonna Paperina
Una tavola senza barriere per ogni ospite
NonnaPaperina.it è lo spazio dove la cucina per intolleranti diventa un linguaggio di pura inclusione alimentare. Credo fermamente che mangiare senza glutine o senza lattosio non debba mai significare sentirsi diversi o esclusi dalla tavola comune. La mia missione è trasformare ogni limite alimentare in una nuova, straordinaria possibilità creativa per tutti i commensali.
In questo sito, utilizzo la mia esperienza personale per abbattere le barriere invisibili create dalle allergie e dalle ipersensibilità. Ogni news, curiosità o pillola di sapere è pensata per offrire una vita normale a chi soffre di celiachia o deve gestire il nichel a tavola o ancora chi è intollerante al lattosio. La bellezza della cucina risiede nella sua capacità di unire le persone intorno a un unico, delizioso piatto condiviso.
La cucina inclusiva di Nonna Paperina non toglie nulla al piacere, ma aggiunge amore a ogni preparazione. Qui troverete soluzioni concrete e consigli della nonna per preparare piatti che nessuno chiamerà mai “speciali”, perché saranno semplicemente buoni. Il mio obiettivo è una tavola dove il gusto non conosce distinzioni e dove ogni ospite si sente accolto con gioia.
Lo sapevi che…

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