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Castagne
Castagne, il sapore dell’autunno in cucina
Le castagne arrivano quando l’aria si fa più fresca e la cucina torna a cercare sapori caldi. Sotto il guscio lucido custodiscono una polpa chiara, compatta da cruda e morbida dopo la cottura, con una dolcezza che funziona tanto nei piatti salati quanto nei dolci. Sono un ingrediente stagionale, legato ai boschi italiani e a molte ricette di casa.
Anche se vengono spesso messe insieme alla frutta secca, hanno un profilo diverso da noci e nocciole: contengono soprattutto acqua e carboidrati, mentre i grassi sono pochi. In cucina si usano quasi sempre cotte oppure trasformate in farina. La scelta tra frutto fresco, castagna secca e farina cambia consistenza, sapore e risultato della ricetta.
Al momento dell’acquisto prendete in mano qualche frutto: il guscio deve essere integro e la castagna deve sembrare piena rispetto alla sua misura. Scartate quelle con fori, parti molli o rumori interni quando vengono scosse.
Il loro profumo porta subito alla mente i cartocci caldi, le dita annerite dal guscio e quella piccola gara per trovare la castagna che si pela senza opporre resistenza. Ma il bello comincia anche dopo: la polpa può dare corpo a una minestra, accompagnare una carne saporita oppure diventare una crema liscia e dolce.
Per incisione, ammollo, tempi e sbucciatura potete seguire la guida ai cinque metodi di cottura. Se invece volete partire da una ricetta della tradizione, il castagnaccio con uvetta, pinoli e rosmarino mostra bene come la farina di castagne possa diventare un dolce semplice e pieno di sfumature.
Castagne sono i frutti del castagno europeo, maturano soprattutto tra la fine di settembre e novembre e si distinguono dai marroni per forma, pezzatura e facilità di sbucciatura. Portano in cucina amido, fibre e una dolcezza naturale; si usano intere, secche, in purea o come farina, sia nei piatti salati sia nei dolci.
Che cosa sono le castagne e quando maturano
La castagna è il frutto del Castanea sativa, il castagno europeo. Cresce dentro un riccio spinoso che, arrivato a maturazione, si apre e lascia cadere uno o più frutti. Quello che chiamiamo buccia è il guscio bruno esterno; sotto si trova una pellicina sottile, spesso aderente alla polpa.
La raccolta italiana si concentra in autunno. Il periodo preciso cambia con territorio, altezza, varietà e andamento dell’annata, ma il cuore della stagione va dalla fine di settembre a novembre. La scheda Qualigeo della Castagna del Monte Amiata IGP, per esempio, indica raccolte comprese tra il 15 settembre e il 15 novembre, con tempi diversi per Cecio, Bastarda Rossa e Marrone.
Castagne e marroni non sono la stessa cosa
Castagne e marroni provengono entrambi dal castagno, ma non sono due nomi equivalenti. Le castagne comuni sono spesso più piccole e irregolari; nello stesso riccio possono trovarsi più frutti, che assumono lati più o meno schiacciati. La pellicina interna tende a entrare nei solchi della polpa e può richiedere più pazienza durante la pulizia.
I marroni sono frutti selezionati nel tempo per avere dimensioni più uniformi, polpa meno solcata e buccia più facile da togliere. Sono molto apprezzati per canditure, marrons glacés e preparazioni nelle quali serve mantenere il frutto intero. Non significa però che siano sempre la scelta migliore: per minestre, puree, ripieni e farine anche le castagne comuni danno ottimi risultati.
Varietà italiane, territori e sapori
In Italia esistono molte cultivar locali e numerose produzioni tutelate. Cambiano pezzatura, colore del guscio, dolcezza, consistenza della polpa e facilità di pelatura. Al momento dell’acquisto è quindi più utile leggere provenienza e denominazione che cercare una castagna identica in ogni zona.
- Castagna Cuneo IGP: comprende diverse varietà coltivate nella provincia di Cuneo e può essere venduta fresca o secca;
- Castagna del Monte Amiata IGP: nasce in comuni delle province di Grosseto e Siena e comprende Cecio, Marrone e Bastarda Rossa;
- Marrone del Mugello IGP: deriva da ecotipi locali legati al Marrone Fiorentino, con frutti medio-grandi e buccia striata;
- Marrone di Castel del Rio IGP: ha pezzatura medio-grande, polpa dolce e una buccia che si stacca con facilità.
Le sigle DOP e IGP non indicano soltanto un nome famoso: collegano il prodotto a un territorio e a regole di coltivazione, raccolta e lavorazione. Per la cucina quotidiana restano però decisive freschezza e integrità del frutto. Una buona castagna locale, raccolta al momento giusto, può essere più adatta di un marrone grande rimasto troppo a lungo sul banco.
Valori nutrizionali delle castagne
Le castagne si distinguono dalla maggior parte della frutta a guscio perché apportano soprattutto carboidrati e hanno pochi grassi. La cottura modifica la quantità d’acqua e, di conseguenza, concentra o diluisce i valori riferiti a 100 grammi. Per questo è sempre utile specificare se si parla di prodotto fresco, arrostito, secco o bollito.
Secondo le Tabelle di composizione degli alimenti del CREA, 100 grammi di castagne bollite e scolate apportano i valori riportati qui sotto. La porzione indicata nella stessa banca dati è di 30 grammi.
| Nutriente | Valore per 100 g di castagne bollite |
|---|---|
| Energia | 130 kcal |
| Acqua | 63,3 g |
| Carboidrati disponibili | 26,1 g |
| Proteine | 2,5 g |
| Grassi | 1,3 g |
| Fibra totale | 5,4 g |
Una quota di amido, non tanti grassi
Questi numeri aiutano a leggere bene l’ingrediente: la castagna non è un frutto molto grasso, ma un alimento ricco di amido, con una quota di fibre. In un pasto può quindi prendere il posto di una parte di pane, pasta, riso o patate, tenendo conto della ricetta completa e della porzione scelta.
Sono naturalmente senza glutine?
Il frutto semplice e la farina ottenuta soltanto da castagne sono naturalmente privi di glutine. Quando si acquista una farina confezionata per una persona con celiachia, è comunque importante leggere l’etichetta e scegliere un prodotto dichiarato senza glutine. Lo stesso controllo serve per creme, dolci pronti e altri prodotti nei quali possono entrare ingredienti aggiunti.
Le castagne non contengono lattosio. Burro, latte, panna e formaggi possono però comparire nelle ricette dolci o salate. In quei casi basta valutare gli altri ingredienti e, quando serve, scegliere alternative adatte alle esigenze di chi mangerà il piatto.
Come scegliere e conservare le castagne
I segnali di un frutto fresco
Una castagna fresca ha il guscio teso, liscio e senza buchi. Deve risultare soda, senza zone che cedono alla pressione, e avere un buon peso rispetto alla grandezza. Se il frutto si muove dentro il guscio, può essersi asciugato. I piccoli fori rotondi possono invece indicare la presenza di larve.
Dopo l’acquisto conviene controllare tutto il sacchetto e separare subito i frutti danneggiati. Se le misure sono molto diverse, dividetele già in gruppi: tornerà utile quando passerete alla cottura, perché i frutti simili tendono a raggiungere insieme la giusta morbidezza.
Conservazione in casa
Le castagne fresche temono l’umidità ferma e i contenitori chiusi senza aria. Per pochi giorni potete tenerle nel cassetto delle verdure del frigorifero, in un sacchetto di carta oppure in un sacchetto per alimenti con piccoli fori. Controllatele spesso e togliete quelle che diventano molli o mostrano muffa.
Le castagne secche durano più a lungo, ma vanno protette dall’umidità in un contenitore pulito e ben chiuso. La farina è più delicata: una volta aperta, seguite le indicazioni del produttore e tenetela lontana da luce e calore. Il suo profumo dolce deve restare pulito, senza note stantie.
Non lavate le castagne con largo anticipo per poi lasciarle bagnate nel sacchetto. L’acqua trattenuta sul guscio favorisce il deterioramento. Lavatele quando siete pronti a usarle e asciugatele bene.
Usi delle castagne in cucina e abbinamenti
La polpa cotta ha una dolcezza morbida e una consistenza che lega bene gli ingredienti. Intera può accompagnare arrosti e contorni; schiacciata entra in ripieni, gnocchi, polpette e salse; frullata diventa una base per vellutate e dessert. Le castagne secche, dopo l’ammollo, sono adatte alle preparazioni lente nelle quali devono assorbire liquido e tornare tenere.
Nei piatti salati funzionano bene con funghi, zucca, cavoli, porri, patate, rosmarino e salvia. La loro dolcezza trova equilibrio anche accanto a carni saporite e formaggi non troppo delicati. La minestra di castagne con riso mostra invece come il frutto possa dare corpo a un primo caldo con pochi ingredienti.
Nei dolci si abbina a cacao, cioccolato fondente, vaniglia, caffè, arancia, rum e ricotta. La crema di castagne alla vaniglia sfrutta proprio la polpa morbida come base. La farina, più asciutta e intensa, è adatta a castagnaccio, necci, frittelle e impasti nei quali la sua dolcezza può sostituire una parte dello zucchero, senza eliminarlo per forza.
Frutto fresco, castagna secca o farina?
Scegliete il frutto fresco quando volete servirlo intero o ottenere una purea dal gusto delicato. Usate le castagne secche per minestre e ricette dalla cottura lenta. Preferite la farina quando serve portare il sapore della castagna direttamente in un impasto: assorbe i liquidi in modo diverso dalla farina di riso o di frumento, quindi non sempre può sostituirle nella stessa quantità.
È proprio questa varietà di forme a rendere le castagne utili dall’antipasto al dolce. Conoscere stagione, provenienza e consistenza aiuta a scegliere il prodotto giusto prima ancora di accendere il forno. Nelle pagine curate da Tiziana Colombo trovate poi ricette e soluzioni pratiche per portarle in tavola secondo il risultato che desiderate.
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Cosa può fare per voi Nonnapaperina.it
Ho già introdotto il motivo per cui ho intrapreso il progetto di Nonnapaperina.it, ossia condivisione della mia esperienza e la possibilità, per tutti, di fruire di soluzioni a portata di mano per un’alimentazione a prova di intolleranze alimentari. Tanto vale, quindi, parlare un po’ del sito e dare qualche consiglio per “viverlo” al meglio. Ad esempio, per la vita di tutti i giorni, fate riferimento alla sezione “ricette per intolleranti”. Ne trovate a bizzeffe, tutte categorizzate per portata (primi, secondi etc.), momento della giornata (colazione, pranzo, cena), funzione (basi, impasti, creme, salse) e molto altro ancora. Non trascurate, però, anche la sezione sulle festività. Se il principio cardine del progetto è la condivisione, allora la palla passa presto a voi, quindi condividete liberamente le ricette con i vostri cari e con i vostri amici. E quale migliore occasione di una festività, sia essa il Natale, la Pasqua o la Festa della Mamma? Non di rado le ricette hanno un ché di artistico. I piatti porgono il fianco a un concetto “elevato” di cucina, che coinvolge non solo il senso del gusto, ma pone le basi per un'esperienza a tutto tondo. Il tutto a uso e consumo degli intolleranti alimentari, o degli amanti del buon cibo in generale. Il consiglio, comunque, è quello di spaziare. Il sito è basato sul principio dell’ipertesto, ossia ciascuna ricetta ne richiama altre, e molte altre ancora. Lasciatevi trasportare e vi sembrerà realmente di intraprendere un viaggio nella cucina anti-intolleranze alimentari, nella sua versione più “friendly” e divertente! Buona degustazione a tutti! Intolleranze alimentari e allergie si sconfiggono a tavola Quello delle intolleranze alimentari e delle allergie rischia di diventare un problema di ordine sociale se non viene gestito con attenzione. In primis per le dimensioni del fenomeno. Si stima, infatti, che circa il 10% della popolazione soffra di un qualche disturbo legato all’assorbimento di sostanze alimentari e, allo stesso tempo, in grado di generare sintomi più o meno importanti. Sul banco degli imputati vi sono l’intolleranza al lattosio e la celiachia, che sono le patologie in assoluto più diffuse, ma vanno prese in considerazione anche l’allergia e la sensibilità al nichel. Per inciso, la distinzione tra intolleranza e allergia è fondamentale ai fini medici. I sintomi sono infatti diversi per tipologia o per intensità (o per entrambi). A fare il bello è il cattivo tempo è in particolar modo l’allergia, che coinvolge il sistema immunitario e quindi determina una sintomatologia spesso e volentieri sistemica. Le intolleranze alimentari, invece, producono prevalentemente sintomi gastrointestinali. Discorso a parte per la celiachia, che tecnicamente non è un’allergia, ma coinvolge ugualmente il sistema immunitario. La distinzione tra intolleranza e allergia, tuttavia, assume una posizione di secondo piano per quanto concerne gli approcci terapici, o per meglio dire “di gestione”. Al netto di alcune eccezioni, che riguardano i casi di “scarsa tollerabilità”, intolleranze e allergie vanno trattate allo stesso modo, ovvero evitando le sostanze che creano i disturbi. Nella quasi totalità dei casi, infatti, non esiste una terapia risolutiva e quindi la guarigione è un'ipotesi da escludere. Ne è consapevole chi viene raggiunto da una diagnosi di intolleranza o allergia. L’impatto emotivo della diagnosi è molto forte proprio per l’impossibilità di raggiungere una guarigione completa. Sia chiaro, il disorientamento iniziale è fisiologico e giustificato. Tuttavia, deve essere destinato a durare poco, ovvero il tempo necessario a prendere atto della buona notizia riguardante intolleranti e allergici: convivere con questi disturbi si può! E’ possibile quindi convivere con i disturbi alimentari senza rinunciare ai propri piatti preferiti e senza dire addio al proprio stile alimentare.Non surrogati ma scelte alimentari consapevoli
Le intolleranze alimentari e le allergie si combattono non solo con le armi della medicina, ma anche attraverso un cambio di mentalità, che a sua volta coinvolge il modo di intendere la cucina. Il trucco è semplice, basta non guardare agli alimenti anallergici e anti-intolleranze come a dei surrogati degli “alimenti normali”. Gli alimenti per intolleranti sono infatti alimenti dotati di una propria specificità e in grado di offrire molto sul piano organolettico e visivo. Chi soffre di intolleranze alimentari e di allergia non dovrebbe replicare il consumo di latte, pane o altri alimenti, ma dovrebbe valorizzare gli alimenti a cui può attingere in tutta sicurezza. Adottare questo approccio significa innanzitutto svincolarsi dal ruolo del “malato”, focalizzandosi in realtà su altri alimenti. Ad aiutarci in questo senso c’è la natura con le sue molteplici varietà. Gli alimenti che fanno al caso del celiaco, o all’intollerante al lattosio, sono numerosi e spesso buoni e belli da vedere; inoltre sono molto versatili in quanto possono dare inizio a molte ricette davvero sfiziose. Non lo sono solo per chi soffre di queste patologie, ma anche per tutti gli altri. Le implicazioni dal punto di vista sociale sono evidenti. Col mio sito di cucina porto avanti esattamente questa filosofia. Non è solo uno spazio per conoscere ricette, ma anche un vero e proprio manifesto per chi vuole affrontare le intolleranze alimentari con armi meno tediose di quelle esclusivamente sanitarie. In quest’ottica la farina di riso non è un surrogato della farina tradizionale, ma un elemento a parte con cui realizzare ricette deliziose, che si abbinano con una grande varietà di ingredienti. E lo stesso, ovviamente, si può dire delle farine di amaranto, di fonio, di quinoa etc. Un discorso simile può essere fatto anche per l’intolleranza al lattosio. Al netto della possibilità di delattosare il latte, le varianti vegetali godono di una propria dignità gastronomica e porgono il fianco a un interessante approccio creativo in cucina. Tra l’altro, questo cambiamento forzato pone le condizioni per un viaggio attraverso le cucine alternative e gli alimenti più esotici. Ecco che si capovolge la prospettiva: intolleranze e allergia non sono solo una condizione gestibile, ma anche un’occasione di arricchimento.Intolleranze alimentari e socialità, un falso problema
Un altro dei motivi per cui la diagnosi di intolleranza o allergia fa molta paura, gettando nello sconforto chi ne soffre, riguarda le implicazioni per la vita sociale. Chi ha ricevuto una diagnosi da poco è convinto nella maggior parte dei casi che la sua patologia inciderà negativamente sulle occasioni di socialità, sia dal punto di vista psicologico - emotivo che dal punto di vista pratico. Il timore è quello di sentirsi diversi e in qualche modo lontani dai canoni della normalità, questo può portare a disagi anche tra parenti e amici. In realtà sono paure infondate. In primo luogo una condizione patologica non corrisponde a una condizione di “anormalità” (al netto dell’inconsistenza semantica del termine). Secondariamente basta un minimo di organizzazione e di consapevolezza per gestire anche le occasioni di socialità. Anzi, quando queste si svolgono fuori di casa, ossia nei locali adibiti alla ristorazione, la questione è addirittura più semplice. I gestori infatti sono nella maggior parte dei casi preparati ad accogliere clienti con intolleranze e allergie. In ogni caso basta informarsi prima e scegliere di conseguenza. Ma il problema non si pone nemmeno se si mangia a casa di altri, o se si invitano a casa propria delle persone. In primo luogo perché le diagnosi di questo tipo non fanno scalpore in quanto sono ormai molto diffuse. In secondo luogo perché i piatti per chi soffre di intolleranze alimentari sono in realtà buoni per tutti, anche per chi non soffre di alcun disturbo. Al netto di tutto ciò, se si pone attenzione al tema della contaminazione alimentare, cucinare per intolleranti alimentari (o per allergici) è più semplice di quanto si possa immaginare.Mai fare autodiagnosi!
Leggere con attenzione!
Si fa un gran parlare di intolleranze alimentari e di allergie alimentari. Il problema è che spesso se ne parla male, si confondono le acque e si traggono consigli inefficaci.
Per esempio, è comune l’idea secondo cui intolleranza e allergia siano la stessa cosa. Non è così. Certo, di tanto in tanto i sintomi sono sovrapponibili, e una sostanza può essere contemporaneamente causa di intolleranza e allergia, ma si tratta di due disturbi diversi.
L’intolleranza è la reazione negativa all’assunzione con una determinata sostanza. L’allergia, invece, è la reazione negativa al contatto con una determinata sostanza. Tale contatto può essere frutto di un’assunzione vera e propria, ma non è una esclusiva, ossia può avvenire anche solo a livello cutaneo.
L’intolleranza raramente coinvolge il sistema immunitario, mentre coinvolge più frequentemente gli organi dell’apparato digerente. Nella stragrande maggioranza dei casi un individuo è intollerante perché il suo organismo non contiene gli enzimi necessari al metabolismo di una sostanza. E’ il caso dell’enzima lattasi per gli intolleranti al lattosio. Di contro, l’allergia coinvolge sempre il sistema immunitario. Per ragioni spesso genetiche, l’organismo individua in quella specifica sostanza un “nemico”, un corpo estraneo e pericoloso, dunque reagisce in maniera “scomposta”.
Si segnalano differenze anche per quanto concerne l’incidenza. Le percentuali cambiano da popolazione a popolazione, visto e considerato la forte componente genetica di questi disturbi. Tuttavia, secondo stime recenti fino al 4% della popolazione soffre di una qualche forma di allergia alimentare. Le percentuali riguardanti, invece, le intolleranze alimentari sono ancora più elevate. Si parla anche del 20-30%. Il dato è “sporcato” dall’incidenza dell’intolleranza al lattosio, che è incredibilmente diffusa. Le allergie tendono ad esordire nei primi anni di vita, e in alcuni casi spariscono raggiunta l’età adulta. Le intolleranze, invece, compaiono più frequentemente superata l’adolescenza.
Sintomi e sostanze scatenanti
Da quanto appena detto deriva anche l’eterogeneità di sintomi che allergie e intolleranze provocano. I sintomi delle allergie sono sovente sistemici e violenti, e possono includere forte malessere, rush e problemi respiratori. Se l’interazione con la sostanza avviene a livello cutaneo, si possono notare eczemi in corrispondenza della zona di contatto. E’ il caso dell’allergia al nichel. Non mancano, soprattutto in caso di assunzione, problemi gastrointestinali, come dolori, crampi, diarrea e nausea.
I sintomi delle intolleranze sono più circoscritti e sono principalmente gastrointestinali. Ciò si verifica – nella maggior parte dei casi – in quanto l’organismo non riesce ad assimilare la sostanza, dunque produce gas nel tentativo di farlo. Tale abnorme quantità di gas provoca i sintomi che abbiamo appena descritto. Questo è proprio il caso dell’intolleranza al lattosio, infatti il lattosio rimane per lo più integro, anziché scomporsi in glucosio e galattosio, stimolando un accumulo di gas.
Una differenza tra allergie e intolleranze, che spesso viene scambiata per punto in comune, è la classe di sostanze che scatenano le une e le altre. Nel caso delle allergie, la sostanza incriminata è un alimento nel suo complesso. Nel caso delle intolleranze, è spesso una molecola, uno zucchero o una proteina. Le allergie alimentari più comuni riguardano il latte, il miglio, il frumento, le uova e i crostacei. Le intolleranze alimentari più comuni, invece, riguardano il lattosio, il glutine e così via.
Ciò pone in essere conseguenze diversificate sul tenore di vita. In buona sostanza, quello degli allergici risulta molto più compromesso. Dover evitare una sostanza è un conto, dover evitare un alimento è un altro paio di maniche. Giusto per fare un esempio, chi è intollerante al lattosio può comunque bere latte e consumare latticini, purché siano delattosati. Chi è allergico al latte non dispone di questa possibilità.
Come diagnosticare allergie e intolleranze?
La diagnosi delle allergie alimentari è sostanzialmente clinica, dunque è frutto dell’osservazione di reazioni visibili e misurabili empiricamente. Ciò ha determinato la convinzione secondo cui anche il singolo individuo possa giungere a una diagnosi, senza l’aiuto di un esperto. In realtà è un errore madornale. L’autodiagnosi è fallace in quanto per individuare correttamente la malattia è necessario un bagaglio di conoscenze utile ai fini dell’interpretazione dei fenomeni. Inoltre, è anche pericolosa in quanto si rischia di scatenare i sintomi della malattia.
E’ vero che la diagnosi passa per prove ed errori, ma queste devono susseguirsi in una prospettiva di riduzione dei rischi propria della professione medica. Dunque, sì all’eliminazione dalla dieta di questo o quell’elemento, per capire se è proprio lui a scatenare i sintomi allergici. Si anche all’aggiunta di dosi ulteriori del sospetto allergene per verificare la reazione dell’organismo, ma secondo tappe e indicazioni ben precise, fornite dallo specialista. Anche l’intolleranza viene diagnostica o più frequentemente “scovata” con l’aggiunta o la sottrazione di elementi specifici dalla dieta. Il primo scopo è comunque escludere l’allergia, cosa tra l’altro abbastanza semplice vista la diversità di sintomi.
In alcuni casi sono a disposizione alcuni test che garantiscono una diagnosi. E’ il caso del breath test per le intolleranze al lattosio. Il paziente viene invitato a consumare del latte, in modo progressivo. Successivamente, soffia in un macchinario che analizza la composizione dell’aria immessa. Se si riscontra una quantità di anidride carbonica esagerata, allora si è in presenza di una intolleranza, infatti l’abbondanza di CO2 è causata proprio dalla cattiva digestione e dal malassorbimento. Se vi è un sospetto caso di celiachia, invece, si possono realizzare degli esami del sangue per rintracciare gli anticorpi specifici, in quanto tale patologia “stimola” comunque il sistema immunitario.
Gli esami strumentali nello specifico
Vale la pena approfondire la questione degli esami strumentali. Molti, infatti, pensano all’iter diagnostico con un po’ di timore reverenziale, immaginando chissà quale pratica complessa o dolorosa. In realtà è tutto molto semplice, e nemmeno troppo scomodo. Ciò vale soprattutto per il breath test. Sul meccanismo di azione ho già accennato qualcosa prima, rimane da affrontare il tema della “preparazione”, che merita particolare attenzione. Infatti, non ci si può presentare al breath test come se nulla fosse, ma occorre seguire delle regole ben precise.
La più importante riguarda il digiuno: esso deve durare per le otto ore precedenti al test. Lo scopo è quello di giungere con lo stomaco e gli intestini “vuoti”, analizzando al meglio l’impatto del lattosio sull’apparato digerente senza interferenze. Stesso discorso per il fumo. Il consumo di tabacco, infatti, può alterare – seppur impercettibilmente – l’attività respiratoria, inducendo all’errore l’esaminatore. E’ bene, poi, consumare cibo leggero in occasione dell’ultimo pasto (almeno otto ore prima del test). A tal proposito, si consiglia riso, carne o pesce, degli alimenti che producono pochi gas intestinali.
Più complessi sono i test per la diagnosi della celiachia, almeno dal punto di vista medico. Per il paziente sono una “passeggiata”, in quanto constano di un semplice prelievo di sangue. Questo viene poi analizzato per verificare la presenza di anticorpi specifici contro il glutine. Gli anticorpi possono essere anti-transglutaminasi (tTG), anti-gliadina (AGA) e anti-endomisio. I risultati, per ovvi motivi, sono difficili da leggere, ma per questo ci sono esperti e specialisti.
Se i risultati non sono chiari, o se la celiachia è a uno stadio precoce, è possibile sottoporsi ad alcuni test genetici. Questi hanno lo scopo di verificare la presenza di componenti genetiche associate alla celiachia. I test genetici sono comunque abbastanza rari, anche perchè costano parecchio.
Comportamenti e terapie
Quando si è in presenza di un’allergia alimentare, l’unica terapia realmente a portata di mano è l’esclusione totale dell’alimento dalla propria dieta. Tuttavia, in alcuni casi ciò non risulta possibile in quanto provoca un grave peggioramento della qualità della vita. Un’evenienza non comune, ma che fa riferimento solo alle situazioni in cui sono presenti contemporaneamente molte allergie.
In questi casi si procede con delle immunoterapie, che prevedono l’esposizione graduale e crescente all’allergene nel tentativo di ripristinare una corretta risposta immunitaria. Nella peggiore delle ipotesi, ovvero quando la sensibilità è estrema si possono assumere farmaci chelanti, che di fatto disintossicano il corpo dalla sostanza incriminata. Per la celiachia vale lo stesso discorso, solo che in questo caso ci si ferma all’eliminazione del glutine. E’ infatti uno sforzo meno gravoso di quanto si pensa, dal momento che esistono molti alimenti che possono sostituire al meglio i cibi full-gluten.
Discorso diverso, invece, per l’intolleranza al lattosio. Nella fattispecie è possibile evitare latte, latticini e formaggi freschi, o puntare sulle varianti delattosate. La rimozione del lattosio è un’operazione banale, che altera solo un po’ il gusto. Il procedimento consiste nell’immissione dell’enzima lattasi nel latte. Tale enzima, che manca negli intolleranti, di fatto “scompone” il lattosio. Il lattosio si trasforma poi in glucosio e galattosio, sostanze digeribili da chiunque.
Lo stile di vita di chi soffre di intolleranze alimentari
Chi soffre di intolleranze alimentari o allergia va incontro a un drastico peggioramento della qualità della vita? Il senso comune suggerisce di sì. Se l’unica terapia possibile, eccettuati i casi speciali (es. immunoterapia) è rinunciare agli alimenti che provocano i sintomi, si fa presto a concludere che questi disturbi privano di uno dei piaceri della vita, ossia mangiare ciò che si vuole. Il ragionamento ha una sua fondatezza, ma corrisponde al vero solo se chi ha ricevuto una diagnosi “si lascia andare” e non reagisce con furbizia di fronte a un problema in effetti piuttosto grave.
La verità è semplice: si può convivere con le intolleranze e con le allergie senza compromettere il proprio rapporto con il cibo. Insomma, si può evitare di scambiare le sofferenze fisiche (sintomi da intolleranze e allergie) con le sofferenze psicologiche. Il segreto sta nel cambiare il proprio approccio all’alimentazione, intraprendendo un percorso di conoscenza degli alimenti. La natura offre tanti alimenti in grado di sostituire quelli che, per una intolleranza o un’allergia sono off limits. Nella stragrande maggioranza dei casi sono buoni, nutrienti e porgono il fianco alla buona cucina.
Per intraprendere questo percorso e portarlo a termine sono necessari alcuni “ingredienti”. In primo luogo è necessario metabolizzare la diagnosi sul piano psicologico. Non è un processo immediato, ma prima o poi tutti se ne fanno una ragione. Secondariamente è necessario sviluppare una forma mentis diversa e più aperta a nuovi sapori, che vanno oltre gli approcci diversi da quello “mediterraneo classico”. E’ un caso, ma buona parte degli alimenti “agibili” provengono da altri contesti, e lo stesso si può dire delle ricette che ne fanno uso.
Infine, è bene sviluppare una vera cultura della condivisione. Coinvolgere il prossimo nel proprio percorso di crescita, o più banalmente condividere i pasti “anti-intolleranze” restituisce una dimensione di normalità e cambia la percezione che i “sani” hanno degli intolleranti e degli allergici.
Alcuni dettagli sull’intolleranza al lattosio e sulla celiachia
Cosa significa, nello specifico, convivere con questi disturbi? Rispondo alla domanda limitando il campo di indagine a quelli più diffusi: l’intolleranza al lattosio e la celiachia. D’altronde, ne so qualcosa, visto che sono affetta da entrambe. Attualmente, dopo aver intrapreso un percorso di conoscenza e di evoluzione del mio rapporto con il cibo, posso dirmi soddisfatta. Per me questi disturbi non sono un problema in quanto ci convivo non solo sul piano psicologico, ma anche come stile di vita, applicando in modo oculato eventuali rinunce.
Per esempio, affronto l’intolleranza al lattosio sostituendo il latte e i suoi derivati con versioni vegetali, come il latte di mandorla, il latte di cocco e il latte di soia. In alternativa, posso tranquillamente consumare prodotti delattosati, che sono buoni come quelli “normali” sebbene un po’ più costosi.
La celiachia mi ha imposto un cambio di marcia pesante, che mi ha portato a scoprire tanti alimenti e a esprimere un livello di creatività in cucina per me inedito (ho sempre amato sperimentare). Sostituiscono la farina di frumento con quella di riso e di mais, come fanno tutti, ma allo stesso tempo consumo – e preparo deliziose ricette – con farine diverse e più esotiche. Qualche esempio? La farina di amaranto, la farina di quinoa, la farina di fonio etc.
Non è uno sforzo, ma piuttosto un piacere. Anche perché nella stragrande maggioranza dei casi aggiungono un tocco di fantasia ai piatti. Senza considerare le loro proprietà nutrizionali, che sono spesso più accentuate rispetto delle farine standard. Non di rado contengono anche molte proteine e sono ricche di sali minerali e di vitamine. Per quanto concerne l’apporto calorico non ci sono grosse differenze, del resto la farina è sempre farina!
Cucina inclusiva: il manifesto di Nonna Paperina
Una tavola senza barriere per ogni ospite
NonnaPaperina.it è lo spazio dove la cucina per intolleranti diventa un linguaggio di pura inclusione alimentare. Credo fermamente che mangiare senza glutine o senza lattosio non debba mai significare sentirsi diversi o esclusi dalla tavola comune. La mia missione è trasformare ogni limite alimentare in una nuova, straordinaria possibilità creativa per tutti i commensali.
In questo sito, utilizzo la mia esperienza personale per abbattere le barriere invisibili create dalle allergie e dalle ipersensibilità. Ogni news, curiosità o pillola di sapere è pensata per offrire una vita normale a chi soffre di celiachia o deve gestire il nichel a tavola o ancora chi è intollerante al lattosio. La bellezza della cucina risiede nella sua capacità di unire le persone intorno a un unico, delizioso piatto condiviso.
La cucina inclusiva di Nonna Paperina non toglie nulla al piacere, ma aggiunge amore a ogni preparazione. Qui troverete soluzioni concrete e consigli della nonna per preparare piatti che nessuno chiamerà mai “speciali”, perché saranno semplicemente buoni. Il mio obiettivo è una tavola dove il gusto non conosce distinzioni e dove ogni ospite si sente accolto con gioia.
Lo sapevi che…

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