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Lamponi
Lamponi: scelta, conservazione e usi in cucina
I lamponi portano nei piatti una dolcezza fresca, una punta acidula e una polpa che cede subito al morso. Si usano interi per completare yogurt e dessert, oppure schiacciati e passati al setaccio per ottenere una salsa liscia. Il punto di partenza è la scelta: cercate frutti asciutti, integri e ben formati, senza muffa o succo sul fondo della vaschetta. Sono delicati e vanno acquistati pensando a quando li mangerete, non soltanto a quanto sono belli. Il rosso è il colore più comune, ma esistono anche tipi gialli e lamponi di altre specie, con sfumature più scure.
Per conservarli bene, riponeteli in frigorifero senza schiacciarli e lavateli poco prima dell’uso, con un getto leggero. In cucina decidete prima se vi serve un frutto intero o una polpa: i lamponi sodi sono preziosi per decorare, quelli più morbidi ma sani si prestano a salse da usare presto. La loro acidità bilancia creme dolci, cioccolato e formaggi freschi, mentre nelle insalate porta un contrasto piacevole con foglie tenere e frutta secca. Al naturale non contengono glutine né lattosio; per dolci e colazioni adatti alle diverse esigenze scegliete con la stessa cura anche basi, yogurt e guarnizioni.
Il frutto che cambia un cucchiaio di crema
Basta appoggiare qualche lampone su una crema chiara per rendere la merenda più invitante. Ma il suo ruolo non finisce con il colore: quando il frutto si rompe sotto il cucchiaino, il succo fresco incontra la parte cremosa e rende il boccone meno uniforme. È un piccolo ingrediente che lavora molto.
Prima di aggiungere zucchero, assaggiatene uno. I lamponi possono essere più dolci o più aspri secondo varietà e maturazione; il condimento migliore è quello che lascia sentire questa differenza. Anche qualche minuto fuori dal frigorifero, giusto prima di servirli, permette di apprezzarne meglio il profumo.
Se vi servono per decorare, tenete da parte subito i frutti più integri. Userete quelli morbidi ma sani per una salsa, senza scoprire all’ultimo che sulla torta sono rimasti soltanto quelli schiacciati.
Per la colazione potete prendere spunto dallo yogurt con miele e semi di zucca e usare la frutta fresca per creare un contrasto con il miele. Non serve accumulare molte guarnizioni: scegliete cosa volete sentire al primo cucchiaio.
Nei dolci freddi il gioco è simile a quello della cheesecake alle more e lime: una base cremosa incontra una parte fruttata più vivace. Con i lamponi valutate la quantità di agrume dopo l’assaggio, perché la loro nota acidula può essere già sufficiente.
Stagione dei lamponi e varietà da conoscere
Il lampone più comune è il frutto di Rubus idaeus. La raccolta estiva può proseguire verso l’autunno con le varietà rifiorenti; calendario, zona e coltivazione cambiano la disponibilità. La scheda agronomica di Agraria.org distingue i tipi che producono una volta all’anno da quelli capaci di fruttificare anche sui nuovi rami.
Glen Moy: è una varietà unifera precoce. Il nome della varietà aiuta a conoscere la raccolta, ma per la vostra spesa contano anche freschezza e tenuta del singolo cestino.
Heritage: è una varietà rifiorente. Questa capacità spiega perché potete incontrare produzioni di lamponi oltre il pieno dell’estate, senza ridurre la stagione a un solo mese valido per tutta Italia.
Tipi gialli: sono una variante di colore del lampone europeo, non frutti rossi raccolti troppo presto. Per comporre un piatto potete alternarli ai rossi, scegliendo il gusto con l’assaggio e senza dedurre la dolcezza dal solo colore.
Scegliere e lavare frutti così delicati
Guardate anche il fondo della vaschetta: assenza di liquido e frutti non compressi sono buoni indizi per un acquisto destinato al consumo fresco. Un lampone non deve essere duro, ma mantenere la propria forma. Una vaschetta molto piena può nascondere sotto il primo strato pezzi già schiacciati.
Lavate i lamponi poco prima di mangiarli, usando un colino e acqua corrente a flusso leggero. Non lasciateli a lungo in ammollo e non sfregateli: la loro struttura si rompe facilmente. Fateli scolare e appoggiateli su carta da cucina, in un solo strato, senza premere.
Il piccolo vuoto al centro è normale: si forma quando il frutto si stacca dalla pianta. È anche una delle ragioni per cui i lamponi sopportano male il peso. Se li trasportate per un pranzo fuori casa, metteteli in un contenitore rigido e unite il condimento soltanto al momento di servirli.
Non lavate tutta la scorta per poi chiuderla ancora bagnata in frigorifero. L’umidità rimasta tra i frutti rende più difficile conservarli bene e può rovinare anche la consistenza del dolce su cui li appoggiate.
Polpa, semini e abbinamenti dei lamponi
I semini sono parte del frutto e si possono mangiare. Se cercate una salsa liscia, schiacciate la polpa e passatela in un colino a maglie fini. Il frullatore da solo non risolve sempre il problema: una lavorazione lunga può spezzare i semi senza eliminarne la sensazione in bocca.
Accanto a un semifreddo, una piccola quantità di salsa porta colore e freschezza senza bagnare tutto il dessert. Servitela fredda o a temperatura adatta al piatto, non bollente: scioglierebbe la superficie prima che il dolce arrivi a tavola.
I lamponi interi stanno bene anche con una base morbida di riso e cocco, come quella del budino di riso al latte di cocco. Nei piatti salati aggiungeteli per ultimi a un’insalata con olio e poco aceto. Il contrasto nasce dall’equilibrio fra dolce e acido, non dalla necessità di trasformare il frutto in un condimento zuccherato.
Frigorifero e congelatore: come organizzare la scorta
In frigorifero disponete i lamponi asciutti in un contenitore basso, senza comprimerli e con un po’ di ricambio d’aria. Prevedete di consumarli presto, idealmente entro uno o due giorni dall’acquisto se già maturi. Il tempo reale dipende da come sono arrivati a casa: controllateli, anche se il cestino è stato comprato da poco.
Per congelarli in casa, lavate e asciugate bene i frutti sani, poi stendeteli distanziati su un vassoio. Quando sono duri, trasferiteli in un sacchetto adatto al freezer con la data. Il congelamento in un solo strato permette di prelevarne pochi alla volta senza spezzare un blocco.
Dopo lo scongelamento perdono parte della tenuta: destinare questi lamponi a una salsa è più sensato che usarli come decorazione precisa. Per quelli surgelati acquistati seguite le indicazioni sulla confezione, compresa l’eventuale cottura richiesta. Non tutti i prodotti sono pronti da mangiare appena scongelati.
Morbido non significa ammuffito. Un lampone sano che ha perso la forma può diventare una salsa da usare presto; un frutto con muffa, odore anomalo o segni di alterazione va scartato. La cottura non è un modo per recuperare frutta guasta.
Lamponi nei dolci senza glutine e senza lattosio
I lamponi freschi non contengono glutine. Quando scegliete basi e decorazioni, consultate l’ABC della dieta senza glutine di AIC per distinguere gli ingredienti semplici dai prodotti da controllare. Per una crostata usate una frolla senza glutine; per una coppa verificate biscotti e cereali aggiunti.
Per evitare il lattosio potete abbinarli a yogurt o ricotta senza lattosio. Una crema di cocco offre un’alternativa dal gusto diverso, più presente: dosatela perché non copra il frutto. Non basta sostituire il latte in una torta se restano burro, panna o altri ingredienti che richiedono la stessa attenzione.
Quando servite i lamponi con una crema già dolce, lasciatene una parte al naturale. Quel morso fresco rende il piatto più interessante e vi permette di usare il frutto per ciò che sa fare meglio: dare profumo, succo e una piccola pausa tra un cucchiaio e l’altro.
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Cosa può fare per voi Nonnapaperina.it
Ho già introdotto il motivo per cui ho intrapreso il progetto di Nonnapaperina.it, ossia condivisione della mia esperienza e la possibilità, per tutti, di fruire di soluzioni a portata di mano per un’alimentazione a prova di intolleranze alimentari. Tanto vale, quindi, parlare un po’ del sito e dare qualche consiglio per “viverlo” al meglio. Ad esempio, per la vita di tutti i giorni, fate riferimento alla sezione “ricette per intolleranti”. Ne trovate a bizzeffe, tutte categorizzate per portata (primi, secondi etc.), momento della giornata (colazione, pranzo, cena), funzione (basi, impasti, creme, salse) e molto altro ancora. Non trascurate, però, anche la sezione sulle festività. Se il principio cardine del progetto è la condivisione, allora la palla passa presto a voi, quindi condividete liberamente le ricette con i vostri cari e con i vostri amici. E quale migliore occasione di una festività, sia essa il Natale, la Pasqua o la Festa della Mamma? Non di rado le ricette hanno un ché di artistico. I piatti porgono il fianco a un concetto “elevato” di cucina, che coinvolge non solo il senso del gusto, ma pone le basi per un'esperienza a tutto tondo. Il tutto a uso e consumo degli intolleranti alimentari, o degli amanti del buon cibo in generale. Il consiglio, comunque, è quello di spaziare. Il sito è basato sul principio dell’ipertesto, ossia ciascuna ricetta ne richiama altre, e molte altre ancora. Lasciatevi trasportare e vi sembrerà realmente di intraprendere un viaggio nella cucina anti-intolleranze alimentari, nella sua versione più “friendly” e divertente! Buona degustazione a tutti! Intolleranze alimentari e allergie si sconfiggono a tavola Quello delle intolleranze alimentari e delle allergie rischia di diventare un problema di ordine sociale se non viene gestito con attenzione. In primis per le dimensioni del fenomeno. Si stima, infatti, che circa il 10% della popolazione soffra di un qualche disturbo legato all’assorbimento di sostanze alimentari e, allo stesso tempo, in grado di generare sintomi più o meno importanti. Sul banco degli imputati vi sono l’intolleranza al lattosio e la celiachia, che sono le patologie in assoluto più diffuse, ma vanno prese in considerazione anche l’allergia e la sensibilità al nichel. Per inciso, la distinzione tra intolleranza e allergia è fondamentale ai fini medici. I sintomi sono infatti diversi per tipologia o per intensità (o per entrambi). A fare il bello è il cattivo tempo è in particolar modo l’allergia, che coinvolge il sistema immunitario e quindi determina una sintomatologia spesso e volentieri sistemica. Le intolleranze alimentari, invece, producono prevalentemente sintomi gastrointestinali. Discorso a parte per la celiachia, che tecnicamente non è un’allergia, ma coinvolge ugualmente il sistema immunitario. La distinzione tra intolleranza e allergia, tuttavia, assume una posizione di secondo piano per quanto concerne gli approcci terapici, o per meglio dire “di gestione”. Al netto di alcune eccezioni, che riguardano i casi di “scarsa tollerabilità”, intolleranze e allergie vanno trattate allo stesso modo, ovvero evitando le sostanze che creano i disturbi. Nella quasi totalità dei casi, infatti, non esiste una terapia risolutiva e quindi la guarigione è un'ipotesi da escludere. Ne è consapevole chi viene raggiunto da una diagnosi di intolleranza o allergia. L’impatto emotivo della diagnosi è molto forte proprio per l’impossibilità di raggiungere una guarigione completa. Sia chiaro, il disorientamento iniziale è fisiologico e giustificato. Tuttavia, deve essere destinato a durare poco, ovvero il tempo necessario a prendere atto della buona notizia riguardante intolleranti e allergici: convivere con questi disturbi si può! E’ possibile quindi convivere con i disturbi alimentari senza rinunciare ai propri piatti preferiti e senza dire addio al proprio stile alimentare.Non surrogati ma scelte alimentari consapevoli
Le intolleranze alimentari e le allergie si combattono non solo con le armi della medicina, ma anche attraverso un cambio di mentalità, che a sua volta coinvolge il modo di intendere la cucina. Il trucco è semplice, basta non guardare agli alimenti anallergici e anti-intolleranze come a dei surrogati degli “alimenti normali”. Gli alimenti per intolleranti sono infatti alimenti dotati di una propria specificità e in grado di offrire molto sul piano organolettico e visivo. Chi soffre di intolleranze alimentari e di allergia non dovrebbe replicare il consumo di latte, pane o altri alimenti, ma dovrebbe valorizzare gli alimenti a cui può attingere in tutta sicurezza. Adottare questo approccio significa innanzitutto svincolarsi dal ruolo del “malato”, focalizzandosi in realtà su altri alimenti. Ad aiutarci in questo senso c’è la natura con le sue molteplici varietà. Gli alimenti che fanno al caso del celiaco, o all’intollerante al lattosio, sono numerosi e spesso buoni e belli da vedere; inoltre sono molto versatili in quanto possono dare inizio a molte ricette davvero sfiziose. Non lo sono solo per chi soffre di queste patologie, ma anche per tutti gli altri. Le implicazioni dal punto di vista sociale sono evidenti. Col mio sito di cucina porto avanti esattamente questa filosofia. Non è solo uno spazio per conoscere ricette, ma anche un vero e proprio manifesto per chi vuole affrontare le intolleranze alimentari con armi meno tediose di quelle esclusivamente sanitarie. In quest’ottica la farina di riso non è un surrogato della farina tradizionale, ma un elemento a parte con cui realizzare ricette deliziose, che si abbinano con una grande varietà di ingredienti. E lo stesso, ovviamente, si può dire delle farine di amaranto, di fonio, di quinoa etc. Un discorso simile può essere fatto anche per l’intolleranza al lattosio. Al netto della possibilità di delattosare il latte, le varianti vegetali godono di una propria dignità gastronomica e porgono il fianco a un interessante approccio creativo in cucina. Tra l’altro, questo cambiamento forzato pone le condizioni per un viaggio attraverso le cucine alternative e gli alimenti più esotici. Ecco che si capovolge la prospettiva: intolleranze e allergia non sono solo una condizione gestibile, ma anche un’occasione di arricchimento.Intolleranze alimentari e socialità, un falso problema
Un altro dei motivi per cui la diagnosi di intolleranza o allergia fa molta paura, gettando nello sconforto chi ne soffre, riguarda le implicazioni per la vita sociale. Chi ha ricevuto una diagnosi da poco è convinto nella maggior parte dei casi che la sua patologia inciderà negativamente sulle occasioni di socialità, sia dal punto di vista psicologico - emotivo che dal punto di vista pratico. Il timore è quello di sentirsi diversi e in qualche modo lontani dai canoni della normalità, questo può portare a disagi anche tra parenti e amici. In realtà sono paure infondate. In primo luogo una condizione patologica non corrisponde a una condizione di “anormalità” (al netto dell’inconsistenza semantica del termine). Secondariamente basta un minimo di organizzazione e di consapevolezza per gestire anche le occasioni di socialità. Anzi, quando queste si svolgono fuori di casa, ossia nei locali adibiti alla ristorazione, la questione è addirittura più semplice. I gestori infatti sono nella maggior parte dei casi preparati ad accogliere clienti con intolleranze e allergie. In ogni caso basta informarsi prima e scegliere di conseguenza. Ma il problema non si pone nemmeno se si mangia a casa di altri, o se si invitano a casa propria delle persone. In primo luogo perché le diagnosi di questo tipo non fanno scalpore in quanto sono ormai molto diffuse. In secondo luogo perché i piatti per chi soffre di intolleranze alimentari sono in realtà buoni per tutti, anche per chi non soffre di alcun disturbo. Al netto di tutto ciò, se si pone attenzione al tema della contaminazione alimentare, cucinare per intolleranti alimentari (o per allergici) è più semplice di quanto si possa immaginare.Mai fare autodiagnosi!
Leggere con attenzione!
Si fa un gran parlare di intolleranze alimentari e di allergie alimentari. Il problema è che spesso se ne parla male, si confondono le acque e si traggono consigli inefficaci.
Per esempio, è comune l’idea secondo cui intolleranza e allergia siano la stessa cosa. Non è così. Certo, di tanto in tanto i sintomi sono sovrapponibili, e una sostanza può essere contemporaneamente causa di intolleranza e allergia, ma si tratta di due disturbi diversi.
L’intolleranza è la reazione negativa all’assunzione con una determinata sostanza. L’allergia, invece, è la reazione negativa al contatto con una determinata sostanza. Tale contatto può essere frutto di un’assunzione vera e propria, ma non è una esclusiva, ossia può avvenire anche solo a livello cutaneo.
L’intolleranza raramente coinvolge il sistema immunitario, mentre coinvolge più frequentemente gli organi dell’apparato digerente. Nella stragrande maggioranza dei casi un individuo è intollerante perché il suo organismo non contiene gli enzimi necessari al metabolismo di una sostanza. E’ il caso dell’enzima lattasi per gli intolleranti al lattosio. Di contro, l’allergia coinvolge sempre il sistema immunitario. Per ragioni spesso genetiche, l’organismo individua in quella specifica sostanza un “nemico”, un corpo estraneo e pericoloso, dunque reagisce in maniera “scomposta”.
Si segnalano differenze anche per quanto concerne l’incidenza. Le percentuali cambiano da popolazione a popolazione, visto e considerato la forte componente genetica di questi disturbi. Tuttavia, secondo stime recenti fino al 4% della popolazione soffre di una qualche forma di allergia alimentare. Le percentuali riguardanti, invece, le intolleranze alimentari sono ancora più elevate. Si parla anche del 20-30%. Il dato è “sporcato” dall’incidenza dell’intolleranza al lattosio, che è incredibilmente diffusa. Le allergie tendono ad esordire nei primi anni di vita, e in alcuni casi spariscono raggiunta l’età adulta. Le intolleranze, invece, compaiono più frequentemente superata l’adolescenza.
Sintomi e sostanze scatenanti
Da quanto appena detto deriva anche l’eterogeneità di sintomi che allergie e intolleranze provocano. I sintomi delle allergie sono sovente sistemici e violenti, e possono includere forte malessere, rush e problemi respiratori. Se l’interazione con la sostanza avviene a livello cutaneo, si possono notare eczemi in corrispondenza della zona di contatto. E’ il caso dell’allergia al nichel. Non mancano, soprattutto in caso di assunzione, problemi gastrointestinali, come dolori, crampi, diarrea e nausea.
I sintomi delle intolleranze sono più circoscritti e sono principalmente gastrointestinali. Ciò si verifica – nella maggior parte dei casi – in quanto l’organismo non riesce ad assimilare la sostanza, dunque produce gas nel tentativo di farlo. Tale abnorme quantità di gas provoca i sintomi che abbiamo appena descritto. Questo è proprio il caso dell’intolleranza al lattosio, infatti il lattosio rimane per lo più integro, anziché scomporsi in glucosio e galattosio, stimolando un accumulo di gas.
Una differenza tra allergie e intolleranze, che spesso viene scambiata per punto in comune, è la classe di sostanze che scatenano le une e le altre. Nel caso delle allergie, la sostanza incriminata è un alimento nel suo complesso. Nel caso delle intolleranze, è spesso una molecola, uno zucchero o una proteina. Le allergie alimentari più comuni riguardano il latte, il miglio, il frumento, le uova e i crostacei. Le intolleranze alimentari più comuni, invece, riguardano il lattosio, il glutine e così via.
Ciò pone in essere conseguenze diversificate sul tenore di vita. In buona sostanza, quello degli allergici risulta molto più compromesso. Dover evitare una sostanza è un conto, dover evitare un alimento è un altro paio di maniche. Giusto per fare un esempio, chi è intollerante al lattosio può comunque bere latte e consumare latticini, purché siano delattosati. Chi è allergico al latte non dispone di questa possibilità.
Come diagnosticare allergie e intolleranze?
La diagnosi delle allergie alimentari è sostanzialmente clinica, dunque è frutto dell’osservazione di reazioni visibili e misurabili empiricamente. Ciò ha determinato la convinzione secondo cui anche il singolo individuo possa giungere a una diagnosi, senza l’aiuto di un esperto. In realtà è un errore madornale. L’autodiagnosi è fallace in quanto per individuare correttamente la malattia è necessario un bagaglio di conoscenze utile ai fini dell’interpretazione dei fenomeni. Inoltre, è anche pericolosa in quanto si rischia di scatenare i sintomi della malattia.
E’ vero che la diagnosi passa per prove ed errori, ma queste devono susseguirsi in una prospettiva di riduzione dei rischi propria della professione medica. Dunque, sì all’eliminazione dalla dieta di questo o quell’elemento, per capire se è proprio lui a scatenare i sintomi allergici. Si anche all’aggiunta di dosi ulteriori del sospetto allergene per verificare la reazione dell’organismo, ma secondo tappe e indicazioni ben precise, fornite dallo specialista. Anche l’intolleranza viene diagnostica o più frequentemente “scovata” con l’aggiunta o la sottrazione di elementi specifici dalla dieta. Il primo scopo è comunque escludere l’allergia, cosa tra l’altro abbastanza semplice vista la diversità di sintomi.
In alcuni casi sono a disposizione alcuni test che garantiscono una diagnosi. E’ il caso del breath test per le intolleranze al lattosio. Il paziente viene invitato a consumare del latte, in modo progressivo. Successivamente, soffia in un macchinario che analizza la composizione dell’aria immessa. Se si riscontra una quantità di anidride carbonica esagerata, allora si è in presenza di una intolleranza, infatti l’abbondanza di CO2 è causata proprio dalla cattiva digestione e dal malassorbimento. Se vi è un sospetto caso di celiachia, invece, si possono realizzare degli esami del sangue per rintracciare gli anticorpi specifici, in quanto tale patologia “stimola” comunque il sistema immunitario.
Gli esami strumentali nello specifico
Vale la pena approfondire la questione degli esami strumentali. Molti, infatti, pensano all’iter diagnostico con un po’ di timore reverenziale, immaginando chissà quale pratica complessa o dolorosa. In realtà è tutto molto semplice, e nemmeno troppo scomodo. Ciò vale soprattutto per il breath test. Sul meccanismo di azione ho già accennato qualcosa prima, rimane da affrontare il tema della “preparazione”, che merita particolare attenzione. Infatti, non ci si può presentare al breath test come se nulla fosse, ma occorre seguire delle regole ben precise.
La più importante riguarda il digiuno: esso deve durare per le otto ore precedenti al test. Lo scopo è quello di giungere con lo stomaco e gli intestini “vuoti”, analizzando al meglio l’impatto del lattosio sull’apparato digerente senza interferenze. Stesso discorso per il fumo. Il consumo di tabacco, infatti, può alterare – seppur impercettibilmente – l’attività respiratoria, inducendo all’errore l’esaminatore. E’ bene, poi, consumare cibo leggero in occasione dell’ultimo pasto (almeno otto ore prima del test). A tal proposito, si consiglia riso, carne o pesce, degli alimenti che producono pochi gas intestinali.
Più complessi sono i test per la diagnosi della celiachia, almeno dal punto di vista medico. Per il paziente sono una “passeggiata”, in quanto constano di un semplice prelievo di sangue. Questo viene poi analizzato per verificare la presenza di anticorpi specifici contro il glutine. Gli anticorpi possono essere anti-transglutaminasi (tTG), anti-gliadina (AGA) e anti-endomisio. I risultati, per ovvi motivi, sono difficili da leggere, ma per questo ci sono esperti e specialisti.
Se i risultati non sono chiari, o se la celiachia è a uno stadio precoce, è possibile sottoporsi ad alcuni test genetici. Questi hanno lo scopo di verificare la presenza di componenti genetiche associate alla celiachia. I test genetici sono comunque abbastanza rari, anche perchè costano parecchio.
Comportamenti e terapie
Quando si è in presenza di un’allergia alimentare, l’unica terapia realmente a portata di mano è l’esclusione totale dell’alimento dalla propria dieta. Tuttavia, in alcuni casi ciò non risulta possibile in quanto provoca un grave peggioramento della qualità della vita. Un’evenienza non comune, ma che fa riferimento solo alle situazioni in cui sono presenti contemporaneamente molte allergie.
In questi casi si procede con delle immunoterapie, che prevedono l’esposizione graduale e crescente all’allergene nel tentativo di ripristinare una corretta risposta immunitaria. Nella peggiore delle ipotesi, ovvero quando la sensibilità è estrema si possono assumere farmaci chelanti, che di fatto disintossicano il corpo dalla sostanza incriminata. Per la celiachia vale lo stesso discorso, solo che in questo caso ci si ferma all’eliminazione del glutine. E’ infatti uno sforzo meno gravoso di quanto si pensa, dal momento che esistono molti alimenti che possono sostituire al meglio i cibi full-gluten.
Discorso diverso, invece, per l’intolleranza al lattosio. Nella fattispecie è possibile evitare latte, latticini e formaggi freschi, o puntare sulle varianti delattosate. La rimozione del lattosio è un’operazione banale, che altera solo un po’ il gusto. Il procedimento consiste nell’immissione dell’enzima lattasi nel latte. Tale enzima, che manca negli intolleranti, di fatto “scompone” il lattosio. Il lattosio si trasforma poi in glucosio e galattosio, sostanze digeribili da chiunque.
Lo stile di vita di chi soffre di intolleranze alimentari
Chi soffre di intolleranze alimentari o allergia va incontro a un drastico peggioramento della qualità della vita? Il senso comune suggerisce di sì. Se l’unica terapia possibile, eccettuati i casi speciali (es. immunoterapia) è rinunciare agli alimenti che provocano i sintomi, si fa presto a concludere che questi disturbi privano di uno dei piaceri della vita, ossia mangiare ciò che si vuole. Il ragionamento ha una sua fondatezza, ma corrisponde al vero solo se chi ha ricevuto una diagnosi “si lascia andare” e non reagisce con furbizia di fronte a un problema in effetti piuttosto grave.
La verità è semplice: si può convivere con le intolleranze e con le allergie senza compromettere il proprio rapporto con il cibo. Insomma, si può evitare di scambiare le sofferenze fisiche (sintomi da intolleranze e allergie) con le sofferenze psicologiche. Il segreto sta nel cambiare il proprio approccio all’alimentazione, intraprendendo un percorso di conoscenza degli alimenti. La natura offre tanti alimenti in grado di sostituire quelli che, per una intolleranza o un’allergia sono off limits. Nella stragrande maggioranza dei casi sono buoni, nutrienti e porgono il fianco alla buona cucina.
Per intraprendere questo percorso e portarlo a termine sono necessari alcuni “ingredienti”. In primo luogo è necessario metabolizzare la diagnosi sul piano psicologico. Non è un processo immediato, ma prima o poi tutti se ne fanno una ragione. Secondariamente è necessario sviluppare una forma mentis diversa e più aperta a nuovi sapori, che vanno oltre gli approcci diversi da quello “mediterraneo classico”. E’ un caso, ma buona parte degli alimenti “agibili” provengono da altri contesti, e lo stesso si può dire delle ricette che ne fanno uso.
Infine, è bene sviluppare una vera cultura della condivisione. Coinvolgere il prossimo nel proprio percorso di crescita, o più banalmente condividere i pasti “anti-intolleranze” restituisce una dimensione di normalità e cambia la percezione che i “sani” hanno degli intolleranti e degli allergici.
Alcuni dettagli sull’intolleranza al lattosio e sulla celiachia
Cosa significa, nello specifico, convivere con questi disturbi? Rispondo alla domanda limitando il campo di indagine a quelli più diffusi: l’intolleranza al lattosio e la celiachia. D’altronde, ne so qualcosa, visto che sono affetta da entrambe. Attualmente, dopo aver intrapreso un percorso di conoscenza e di evoluzione del mio rapporto con il cibo, posso dirmi soddisfatta. Per me questi disturbi non sono un problema in quanto ci convivo non solo sul piano psicologico, ma anche come stile di vita, applicando in modo oculato eventuali rinunce.
Per esempio, affronto l’intolleranza al lattosio sostituendo il latte e i suoi derivati con versioni vegetali, come il latte di mandorla, il latte di cocco e il latte di soia. In alternativa, posso tranquillamente consumare prodotti delattosati, che sono buoni come quelli “normali” sebbene un po’ più costosi.
La celiachia mi ha imposto un cambio di marcia pesante, che mi ha portato a scoprire tanti alimenti e a esprimere un livello di creatività in cucina per me inedito (ho sempre amato sperimentare). Sostituiscono la farina di frumento con quella di riso e di mais, come fanno tutti, ma allo stesso tempo consumo – e preparo deliziose ricette – con farine diverse e più esotiche. Qualche esempio? La farina di amaranto, la farina di quinoa, la farina di fonio etc.
Non è uno sforzo, ma piuttosto un piacere. Anche perché nella stragrande maggioranza dei casi aggiungono un tocco di fantasia ai piatti. Senza considerare le loro proprietà nutrizionali, che sono spesso più accentuate rispetto delle farine standard. Non di rado contengono anche molte proteine e sono ricche di sali minerali e di vitamine. Per quanto concerne l’apporto calorico non ci sono grosse differenze, del resto la farina è sempre farina!
Cucina inclusiva: il manifesto di Nonna Paperina
Una tavola senza barriere per ogni ospite
NonnaPaperina.it è lo spazio dove la cucina per intolleranti diventa un linguaggio di pura inclusione alimentare. Credo fermamente che mangiare senza glutine o senza lattosio non debba mai significare sentirsi diversi o esclusi dalla tavola comune. La mia missione è trasformare ogni limite alimentare in una nuova, straordinaria possibilità creativa per tutti i commensali.
In questo sito, utilizzo la mia esperienza personale per abbattere le barriere invisibili create dalle allergie e dalle ipersensibilità. Ogni news, curiosità o pillola di sapere è pensata per offrire una vita normale a chi soffre di celiachia o deve gestire il nichel a tavola o ancora chi è intollerante al lattosio. La bellezza della cucina risiede nella sua capacità di unire le persone intorno a un unico, delizioso piatto condiviso.
La cucina inclusiva di Nonna Paperina non toglie nulla al piacere, ma aggiunge amore a ogni preparazione. Qui troverete soluzioni concrete e consigli della nonna per preparare piatti che nessuno chiamerà mai “speciali”, perché saranno semplicemente buoni. Il mio obiettivo è una tavola dove il gusto non conosce distinzioni e dove ogni ospite si sente accolto con gioia.
Lo sapevi che…

Miele Elvish: perché costa così tanto e com’è il vero sapore
Miele Elvish: prezzo, gusto e piccoli riti di degustazione Il Miele Elvish porta con sé un’aura di mistero. Nasce lontano dalla luce, in una cavità naturale della valle di Saricayir, nel nord-est della Turchia. Qui il tempo scorre piano. Il risultato è un miele di rara intensità, con note balsamiche e accenti di erbe di montagna. La sua fama arriva dal contesto unico. Non proviene da arnie tradizionali. Affiora da una grotta profonda. Le quantità sono minime. Ogni lotto racconta stagione e luogo. La richiesta, invece, cresce. E il prezzo segue: fino a 5.000 € al kg,...
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