Fibromialgia, la malattia che non conoscevo e ho imparato a capire

Fibromialgia, quando una parola sconosciuta inizia a fare rumore
Quando ho iniziato a parlare di fibromialgia, devo essere sincera: per me era ancora una malattia quasi sconosciuta. Ne sentivo parlare, leggevo testimonianze, incontravo racconti di dolore, stanchezza e giornate difficili, ma non avevo ancora capito davvero quanto potesse entrare nella vita delle persone.
All’inizio la fibromialgia mi sembrava una parola grande, difficile da afferrare. Non era una malattia che si spiegava in due righe. Non era solo dolore, non era solo stanchezza, non era qualcosa che si vedeva da fuori. Più leggevo, più capivo che dietro quella parola c’erano persone spesso non ascoltate.
Così ho iniziato a documentarmi. Cercavo articoli seri, nomi, studi, riferimenti, associazioni e testimonianze. E a un certo punto quel nome tornava spesso: Prof. Piercarlo Sarzi Puttini. Per me, allora, era il grande esperto, il professore autorevole, quello che sembrava quasi impossibile raggiungere. Un nome importante, quasi inavvicinabile.
Da quelle letture è nata una domanda che mi è rimasta addosso: se la fibromialgia entra così tanto nella vita quotidiana, nel sonno, nella stanchezza, nella digestione e nel dolore, possiamo guardare anche alla tavola come a un piccolo aiuto? Non come cura, ma come parte di un percorso più attento alla persona.
La fibromialgia in breve
La fibromialgia è una malattia complessa, fatta di dolore diffuso, stanchezza, sonno difficile e sintomi che possono cambiare da persona a persona. Questo aggiornamento nasce dal mio primo articolo del 2018, quando cercavo ancora di capire che cosa fosse davvero. Da lì è iniziata una strada fatta di letture, domande, incontri e del nome del Prof. Sarzi Puttini, che allora sembrava lontanissimo.
Fibromialgia: la scoperta di una malattia incompresa
Quando non conosci una malattia, inizi dalle domande
All’inizio, davanti alla fibromialgia, avevo più domande che risposte. Che cos’è davvero? Perché tante persone raccontano dolore, fatica, insonnia e confusione mentale? Perché molti pazienti dicono di non essere creduti? E perché una malattia così presente nella vita di chi ne soffre sembrava ancora così poco capita?
Mi colpiva soprattutto il modo in cui le persone ne parlavano. Non era il racconto di un dolore semplice, localizzato, facile da spiegare. Era un dolore che cambiava, si spostava, arrivava insieme alla stanchezza, al sonno non riposante, alla fatica di fare cose normali. Era un dolore che non sempre trovava ascolto.
Ho cominciato a capire che il problema non era solo medico. Era anche umano. Chi vive la fibromialgia spesso deve spiegare il proprio corpo a chi non lo vede soffrire. Deve giustificare la stanchezza, il bisogno di fermarsi, le giornate no, la difficoltà a programmare.
Questa è stata la prima cosa che mi ha fatto fermare. Non stavo leggendo solo una definizione. Stavo entrando in una storia fatta di persone che chiedevano di essere credute. E forse proprio da lì è nato il desiderio di scriverne, anche se allora ero ancora all’inizio del mio percorso di conoscenza.
Il nome del Prof. Sarzi Puttini che tornava ovunque
Nel mio cercare, un nome appariva spesso: Prof. Piercarlo Sarzi Puttini. Lo trovavo nei contesti più seri, legato alla reumatologia, al dolore cronico, alla sindrome fibromialgica, alla necessità di guardare il paziente in modo più ampio.
Per me, in quel momento, era un nome lontano. Uno di quei riferimenti che leggi e pensi: “Ecco, questa persona ne sa davvero”. Ma allo stesso tempo ti sembra quasi inavvicinabile. Io ero una donna che scriveva di cucina, intolleranze, ricette, vita quotidiana. Lui era il Professore, l’esperto, il punto di riferimento.
Eppure quel nome mi ha aiutata a capire una cosa: la fibromialgia non poteva essere trattata come una moda o come una lamentela. C’erano medici che la studiavano, pazienti che chiedevano ascolto, associazioni che lavoravano per darle voce. C’era un mondo serio dietro una parola che io stavo appena iniziando a conoscere.
Rileggendo oggi quel momento, mi fa quasi sorridere pensare a quanto mi sembrasse lontano. Perché a volte le strade fanno giri strani. Un nome che all’inizio trovi nei tuoi appunti, nelle ricerche e negli articoli può diventare, anni dopo, parte di un progetto concreto. (aggiornamento 2026)
Fibromialgia e vita quotidiana: il punto che mi colpiva di più
Più leggevo, più capivo che la fibromialgia non si ferma al dolore. Può toccare il sonno, l’energia, la memoria, la concentrazione, l’intestino, il tono dell’umore e il modo in cui una persona affronta la giornata. Questo mi colpiva molto, perché la portava fuori dall’idea di “malattia dei muscoli” e dentro la vita vera.
Una persona con fibromialgia può svegliarsi stanca anche dopo aver dormito. Può avere dolori diffusi, rigidità, mal di testa, difficoltà a pensare con chiarezza. Può avere giorni migliori e giorni in cui tutto sembra più pesante. E proprio questa variabilità rende difficile farsi capire.
Da donna abituata a raccontare il rapporto tra corpo, cibo e intolleranze, sentivo che lì c’era un legame da osservare con cura. Non volevo ridurre tutto al piatto, sarebbe stato sbagliato. Però mi chiedevo se la cucina potesse almeno aiutare alcune persone a vivere meglio certi momenti.
Era una domanda semplice, ma non banale. Perché mangiare è un gesto quotidiano. Se una malattia entra nella quotidianità, allora anche il pasto può diventare uno spazio di attenzione. Non una cura, non una promessa, ma un modo per ascoltare meglio il corpo.
La tavola come possibile alleata, non come soluzione
Quando si parla di fibromialgia e alimentazione, bisogna stare molto attenti. Il cibo non guarisce la fibromialgia. Non esiste una ricetta magica, non esiste un ingrediente che cancella il dolore, non esiste una dieta valida per tutti.
Quello che allora iniziavo a intuire era un’altra cosa. La tavola poteva diventare un aiuto nella gestione di alcune giornate. Un pasto più digeribile, una cena meno pesante, una ricetta adatta alle proprie intolleranze o una scelta più ordinata potevano avere un ruolo nel benessere quotidiano.
Questo non significa dare la colpa al cibo quando si sta male. Significa osservare. Significa capire se alcuni alimenti peggiorano il gonfiore, se certe abitudini appesantiscono, se saltare i pasti aumenta la fatica, se cucinare in modo più semplice aiuta nei giorni difficili.
Da qui nasceva il seme di un’idea: parlare del paziente fibromialgico a tavola. Non sapevo ancora dove ci avrebbe portati. Sapevo però che quel tema meritava rispetto, perché univa salute, cucina, ascolto e vita reale.
Oggi quella parola ha un peso diverso
Oggi, dopo tanti anni, quella parola ha preso per me un peso nuovo. Per non farmi mancare nulla, come dico io con un sorriso amaro, la fibromialgia è arrivata anche con una diagnosi. E allora rileggere l’articolo del 2018 mi fa uno strano effetto.
Allora cercavo di capire una malattia che mi sembrava lontana. Oggi la guardo anche da paziente. Questo non mi rende un medico e non mi dà risposte per tutti, ma mi dà una voce ancora più vera. So che cosa significa cercare un nome, avere sintomi che pesano e sentire il bisogno di un percorso.
La diagnosi non cancella il dolore, ma cambia lo sguardo. Ti permette di non sentirti più sospesa. Ti fa capire che quello che provi ha un nome e che da quel nome si può ripartire. Con calma, con i medici giusti, con strumenti diversi e senza aspettarsi miracoli.
Per questo ho deciso di aggiornare questo vecchio articolo. Non voglio cancellare il punto da cui ero partita. Voglio far vedere la strada. Prima la scoperta, poi lo studio, poi il nome del Prof. Sarzi Puttini, poi l’idea del progetto, poi la diagnosi personale. Tutto fa parte dello stesso cammino.
Per un quadro generale sulla malattia potete approfondire sul portale ISSalute. Per conoscere il lavoro dell’Associazione Italiana Sindrome Fibromialgica potete visitare anche il sito AISF ODV.
FAQ sulla fibromialgia
Che cos’è la fibromialgia?
La fibromialgia è una malattia complessa che può causare dolore diffuso, stanchezza, sonno difficile e altri sintomi. Ogni persona può viverla in modo diverso.
Perché la fibromialgia è difficile da capire?
Perché spesso non si vede dall’esterno. Una persona può sembrare in forma, ma sentire dolore, fatica, rigidità e difficoltà che pesano sulla vita quotidiana.
Perché il Prof. Sarzi Puttini è importante in questo racconto?
Perché, durante le mie prime ricerche, il suo nome tornava spesso come riferimento autorevole sulla fibromialgia. Allora mi sembrava una figura lontana, quasi inavvicinabile.
L’alimentazione può curare la fibromialgia?
No, l’alimentazione non cura la fibromialgia. Può però aiutare alcune persone a gestire meglio certi sintomi, se inserita in un percorso seguito da professionisti.
Perché aggiornare un articolo del 2018?
Perché oggi posso rileggere quel testo con più esperienza. Allora cercavo di capire la malattia, oggi la conosco meglio e posso raccontarla anche con un vissuto personale.
Che cosa significa paziente fibromialgico a tavola?
Significa osservare il momento del pasto come parte della vita quotidiana del paziente, con ricette e scelte più attente ai sintomi, senza promesse facili.
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