Allergia allo iodio, quali sono i sintomi e i rimedi consigliati

Cos’è l’allergia allo iodio?
L’allergia allo iodio è un disturbo estremamente raro e dall’incidenza di gran lunga inferiore alle allergie “abituali”, come quella al nichel, al latte etc. Eppure è da qualche anno al centro di un fraintendimento, che suggerisce, in maniera del tutto impropria, una dimensione che non le appartiene. Molti credono di soffrire di allergia allo iodio, assegnando la colpa dei loro disturbi a quello o quell’alimento, con il risultato di privarsi di nutrienti fondamentali. Il primo punto da affrontare è legato all’autodiagnosi, che è sempre un male soprattutto se coinvolge disturbi effettivamente rari, e quindi improbabili. Il motivo della rarità dell’allergia allo iodio è semplice: lo iodio è una componente essenziale per l’organismo ed è in parte autoprodotto.
Nello specifico favorisce il buon funzionamento della tiroide e del sistema nervoso centrale, soprattutto per quanto concerne il controllo della temperatura interna. Inoltre, gioca un ruolo nel metabolismo degli zuccheri, dei grassi e delle proteine. Al netto di tutto ciò, l’allergia allo iodio esiste. La sospetta presenza di tale disturbo, però, non viene sempre rilevata a tavola bensì in ambito diagnostico. Per questo occorre sottoporsi a indagini strumentali che utilizzano mezzi di contrasto iodati, come la TAC. In casi ancora più rari, i sintomi si manifestano quando si consumano alimenti ricchi di iodio, e in quantità considerevole.
I sintomi dell’allergia allo iodio
Come molte allergie, anche quella allo iodio causa sintomi numerosi e aspecifici, ovvero riconducibili a una vasta gamma di disturbi. La classe di sintomi più frequente coinvolge il derma, e consiste nell’orticaria (con la comparsa di pomfi) e angioedema, che può essere considerato come un gonfiore in corrispondenza degli strati più profondi della pelle. Meno frequenti sono i sintomi gastrointestinali come nausea, vomito, dolore addominale e diarrea. Per fortuna la classe di sintomi meno frequente in assoluto è anche quella più pericolosa. Il riferimento è ai disturbi dell’apparato respiratorio come broncospasmo, ipossia e cianosi, oltre a congestione nasale e rinorrea.
Stesso discorso per quanto concerne i sintomi vascolari come ipertensione, ipotensione grave e aritmie cardiache. Infine troviamo i sintomi del sistema nervoso, che sono i più rari in assoluto, anche perché gli unici potenzialmente fatali: sudorazione fredda con rapida disidratazione, alterazione del sensorio, perdita di coscienza.
Da cosa è causata questo tipo di allergia?
L’allergia allo iodio è ancora oggi, almeno parzialmente, un oggetto del mistero. E’ infatti così rara da coinvolgere solo marginalmente la ricerca scientifica. Ad ogni modo, ormai da qualche decennio sono chiari i fattori di rischio, che però sono anche piuttosto aspecifici, ovvero possono portare a tutta una serie di altre patologie. Al netto di ciò, è più probabile riscontrare l’allergia allo iodio nei pazienti affetti da patologie renali, da mieloma, diabete, insufficienza renale, malattie cardiache e polmonari, orticaria cronica, mastocitosi (ovvero globuli rossi più grandi della media).
Inoltre, si apprezza una maggiore incidenza dell’allergia allo iodio nelle donne e negli individui che fanno uso di ACE inibitori e betabloccanti, una classe di farmaci che comprende presidi medici piuttosto diffusi finalizzati al contrasto dell’ipertensione e dell’insufficienza cardiaca. Come già accennato, l’allergia allo iodio viene scoperta soprattutto in occasione di indagini strumentali condotte con mezzi di contrasto iodati. In media manifesta una qualsiasi forma di reazione avversa, dalla più leggera alla più grave, solo un individuo su 200 tra quelli che si sottopongono a tali esami.
Come si diagnostica l’allergia allo iodio?
Ovviamente, tutto parte dalla segnalazione di un evento avverso, che di solito si verifica dopo una TAC con mezzo di contrasto, se quest’ultimo contiene iodio. Se il disturbo non può essere ricondotto a nessun altra causa evidente, si procede con i test allergologici classici. Nella fattispecie si fa riferimento a due esami: il prick test e il patch test. Il prick test consiste nella somministrazione su una porzione di cute di una soluzione “arricchita” da un concentrato di allergene. Se la reazione allergica è importante, si assiste a una reazione topica pressoché immediata, ovviamente di tipo cutaneo.
In alternativa, e soprattutto se l’allergia non è così grave da provocare una reazione immediata, si procede con il patch test. Esso consiste nell’applicazione di un cerotto “imbevuto” della medesima soluzione, che viene tenuto per 48-96 ore. Dopo questo lasso di tempo, si verificano gli eventuali “danni” causati dall’esposizione all’allergene. Nella maggior parte dei casi, vista la peculiare modalità di somministrazione, si tratta di pomfi.
Come gestire l’allergia
L’allergia allo iodio è un disturbo che coinvolge solo marginalmente l’alimentazione, anche perché è difficile ingerire così tanto iodio da superare il proprio limite di sensibilità, anche in presenza di un disturbo severo. Il rischio, piuttosto, è quello di entrare in contatto “topico” (ovvero attraverso la pelle), come accade spesso quando ci si sottopone a TAC o altre indagini strumentali. In questo caso si procede in due direzioni: una terapia farmacologica sistemica finalizzata ad attenuare i disturbi e l’applicazione di sostanze topiche per neutralizzare le manifestazioni cutanee.
Il protocollo prevede l’uso di farmaci come l’amiodarone, che interviene sui sintomi cardiaci, o di un semplice idrocortisone. In ogni caso la terapia farmacologica viene valutata dallo specialista caso per caso. Infine, in presenza di allergia grave, è consigliato limitare l’assunzione di alcuni alimenti contenenti iodio, come i pesci di mare e i crostacei.
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