Butalà di Menconico: storia, ingredienti e perché è diverso dagli altri gnocchi

Butalà di Menconico: lo gnocco “buttato là” che profuma di bosco
Ci sono ricette che non hanno bisogno di effetti speciali: ti arrivano al naso, poi al cuore, e solo dopo alla forchetta. Il Butalà di Menconico è una di quelle, perché nasce in montagna e della montagna conserva tutto: la concretezza, la generosità, quel profumo di sottobosco che sembra entrare in cucina insieme al burro caldo. È uno gnocco tradizionale dell’Alto Oltrepò Pavese, legato alle patate De.Co. del Brallo e al tartufo nero di Menconico, spesso presente anche nell’impasto: per questo il colore tende al grigio-marrone, naturale, e la superficie resta ruvida, fatta apposta per trattenere il condimento.
Il nome dice molto più di quanto sembri. “Butalà”, in dialetto, significa “buttato là”: non nel senso di frettoloso, ma nel senso più bello, quello della cucina di casa quando la mano è sicura e non serve mettere in scena niente.
È un piatto che si è trasformato in simbolo di territorio e turismo gastronomico montano, proprio perché racconta un’idea semplice e chiara: pochi ingredienti giusti, lavorati con rispetto, e serviti in modo essenziale, con burro e tartufo oppure con una variante più avvolgente con fonduta.Se ti piacciono i primi che profumano di bosco, qui trovi anche altri spunti utili: gnocchi di patate e tartufo. E se vuoi scoprire di più sul contesto territoriale, puoi dare un’occhiata anche a queste fonti istituzionali: approfondisci qui e scopri di più qui.
Un nome che sa di casa e una ricetta che sa di montagna
Il Butalà di Menconico si riconosce già dal nome, perché “buttato là” è un modo di dire che profuma di cucina vera: quella in cui non si misura l’affetto con la precisione, ma con i gesti ripetuti mille volte. Eppure questo piatto, pur restando rustico, ha una sua identità molto netta: non è “uno gnocco qualsiasi”, ma uno gnocco legato alla montagna dell’Alto Oltrepò Pavese, alla sua stagionalità, ai suoi prodotti e a quell’idea di tavola che scalda senza diventare pesante.
È proprio per questo che il Butalà è stato scelto come simbolo gastronomico di un territorio: perché racconta bene l’Appennino pavese senza bisogno di “truccarsi”. Le patate e il tartufo non sono una decorazione: sono la ragione del piatto. E quando una ricetta nasce da ingredienti così coerenti, la cosa più intelligente da fare è non metterci troppa voce sopra, ma lasciare che siano loro a parlare.
Il nome dialettale, poi, è una piccola lezione di umiltà: ti ricorda che spesso le cose più buone non nascono per stupire, ma per nutrire e fare compagnia. Il Butalà nasce così: come primo piatto che sa di casa, ma che quando arriva a tavola porta con sé anche l’aria dei boschi, quella sensazione di terra umida e calore domestico insieme.
E se oggi il Butalà di Menconico si incontra in diversi menù della zona, è perché ha trovato un equilibrio raro: resta semplice, ma non banale; resta rustico, ma riconoscibile; resta “di valle”, ma capace di diventare un motivo per mettersi in viaggio e sedersi a tavola con calma.
Patate del Brallo e tartufo nero: la coppia che fa l’identità
Quando gli ingredienti sono pochi, non si può barare. Nel Butalà la base sono le patate De.Co. del Brallo, patate di quota, più adatte a diventare impasto senza chiedere troppa farina. È qui che nasce la consistenza giusta: uno gnocco morbido e pieno, che non si “gomma” e non diventa pesante. Se le patate trattengono troppa umidità, l’impasto chiede farina, e la farina in eccesso toglie quella delicatezza che fa innamorare al primo piatto.
Il tartufo nero di Menconico è l’altra firma: un profumo profondo, boschivo, che non deve essere urlato ma lasciato salire. Spesso entra anche nell’impasto e colora lo gnocco di tonalità grigio-marroni naturali, mentre il resto arriva alla fine, fuori dal fuoco, quando il calore del burro lo “apre” senza rovinarlo. È un ingrediente che chiede rispetto: più che quantità, vuole misura e delicatezza.
La ruvidità, a questo punto, completa tutto: lo gnocco trattiene, il burro lucida e avvolge, il tartufo profuma. È un trio semplice, ma funziona proprio perché non c’è competizione tra gli elementi: ognuno fa la sua parte e la fa bene. Quando il Butalà riesce, ti resta quella sensazione piena ma leggera, come quando mangi qualcosa di ricco ma “pulito”, senza pesantezze.
Se vuoi leggere altri primi legati a ingredienti del territorio, puoi dare un’occhiata anche a primi piatti e a ricette di montagna. Sono percorsi diversi, ma con lo stesso filo: la cucina che nasce da un posto e non ha bisogno di maschere.
Burro, tartufo e fonduta: come cambia il piatto senza perdere l’anima
Il condimento tradizionale è quello che fa capire subito perché questo piatto esiste: burro fuso e tartufo. Il burro deve essere caldo e profumato, ma non scuro; deve lucidare lo gnocco senza coprirlo. Il tartufo, invece, va sempre aggiunto alla fine: quando il fuoco è spento e la padella è ancora calda, così il profumo sale pieno e netto. È un dettaglio piccolo, ma è la differenza tra un tartufo “presente” e un tartufo “vivo”.
La variante con la fonduta è più montana, più avvolgente, perfetta quando fuori fa freddo e vuoi un piatto che ti faccia sentire subito a posto. Qui la regola è semplice: la fonduta deve restare morbida e setosa, non densa come una colla. Se serve, un cucchiaio di acqua di cottura degli gnocchi la rende più gentile e le permette di abbracciare senza coprire.
Esistono anche interpretazioni locali più sapide, in cui compaiono note di salume: sono varianti che possono avere senso se restano equilibrate e se non rubano la scena al tartufo. Il Butalà, infatti, regge bene un carattere deciso, ma non ama essere travestito: la sua forza sta nel profumo del bosco, non nel volume del sale.
Se lo servi a tavola, la cosa più bella è portarlo subito, appena mantecato, perché è in quel minuto lì che burro e tartufo fanno il loro lavoro migliore. È un piatto che non ama aspettare: ama essere mangiato caldo, con calma, e con quella soddisfazione che ti fa fare silenzio al primo boccone.
Dove nasce il piacere: piccoli gesti che fanno riuscire il Butalà
Il Butalà sembra facile, e lo è, ma solo se rispetti la sua logica. La prima è l’umidità: patate ben asciutte dopo essere state schiacciate. La seconda è la farina: poca, e aggiunta poco per volta. La terza è la mano: impasto lavorato il minimo indispensabile, perché gli gnocchi non amano essere stressati. Sono regole che sembrano ovvie, ma fanno la differenza tra uno gnocco morbido e uno che diventa duro.
Anche la forma ha un senso pratico. Qui non si cerca lo gnocco perfettino e liscio: si cerca la rigatura, la presa. È un gesto di cucina intelligente, che ti restituisce condimento e profumo a ogni forchettata. E se la rigatura viene irregolare, va benissimo: la cucina di montagna non ha bisogno di simmetrie, ha bisogno di sostanza.
La mantecatura, poi, è breve e gentile. Il burro deve sciogliersi e avvolgere, non friggere. Lo gnocco va saltato poco, quel tanto che basta per lucidarlo e farlo diventare “uno” con il condimento. Il tartufo, infine, è l’ultimo gesto: la stanza profuma, il piatto arriva in tavola, e lì capisci perché il Butalà è diventato così amato.
Il Butalà di Menconico è uno di quei piatti che non si mangiano in fretta. Lo senti prima, poi lo assaggi: lo gnocco resta morbido, il burro lo lucida appena, e il tartufo ti arriva su, diretto, come un profumo di bosco che entra in cucina. E quando il piatto finisce, non ti resta la voglia di “altro”: ti resta la voglia di rifarlo bene, uguale, semplice, con quella ruvidità che trattiene tutto e con quel gesto finale — il tartufo fuori dal fuoco — che fa davvero la differenza.
FAQ sul Butalà di Menconico
Posso preparare gli gnocchi in anticipo?
Sì, puoi formare gli gnocchi qualche ora prima e tenerli su un vassoio infarinato, ben distanziati, in frigorifero. Cuocili e condiscili all’ultimo: burro e tartufo danno il meglio quando il piatto arriva subito in tavola.
Perché l’impasto mi chiede troppa farina?
Quasi sempre perché le patate sono troppo umide. Dopo averle schiacciate, falle asciugare qualche minuto; poi aggiungi la farina poco per volta e impasta il minimo indispensabile, così lo gnocco resta morbido.
Posso farlo senza uovo?
Sì, ma serve una patata ben asciutta e farinosa. In assenza di uovo l’impasto è più delicato: lavora velocemente e aggiungi farina solo quanto basta, senza “tirare” la massa.
E’ obbligatorio mettere il tartufo nell’impasto?
No, in casa puoi usare il tartufo solo nel condimento. Se ne aggiungi una piccola parte nell’impasto, ottieni un profumo più diffuso e un colore più tipico, ma la riuscita dipende sempre dalla qualità del tartufo.
Come faccio a non far perdere profumo al tartufo?
Aggiungilo fuori dal fuoco. Il calore del burro e della padella lo esalta, mentre il fuoco vivo tende a renderlo più piatto e meno intenso.
Posso congelare gli gnocchi?
Sì, meglio da crudi. Congelali distanziati su un vassoio, poi trasferiscili in un sacchetto. Cuocili direttamente da congelati e scolali quando vengono a galla
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